19-02-2019

Ufficio Relazioni Pubbliche

Ufficio Relazioni Pubbliche


L’indice della salute e della credibilita’ del nostro Paese e’ misurato dal

rapporto di rendimento  fra i BTP italiani con le corrispondenti obbligazioni

tedesche: nella giornata odierna si evidenzia un rialzo a 272 punti, dopo

aver sfondato quota 280.  Da notare che ad inizio anno il differenziale era  

di 164 punti. Le obbligazioni che lo Stato italiano emette per finanziare i proprio debito,

devono essere maggiorate di interessi sempre piu’ alti, vista la rischiosita’ piu’

elevata, presupponendo la minor possibilita’ di restituire il capitale e gli interessi

a scadenza. Nello scenario economico mondiale c’e’ una vertiginosa offerta di titoli di Stato

Italiani e basta un minimo calo di credibilita’ per dirottare i capitali degli investi-

tori su altri strumenti.

Le agenzie di rating stanno lavorando alacremente per acquisire notizie ineren-

ti i prossimi scenari economici italiani per valutare ed orientare banche, investito-

ri ed istituzioni.  Ad oggi, con uno spread che oscilla fra i 272 ed i 280 punti,

le obbligazioni italiane debbono essere collocate ad un interesse prossimo al

3% rispetto al 2,2% di un anno fa.

Un maggior importo di interessi passivi da dover pagare, innesca una spirale

di  eventi negativi a catena che si ripercuotono negativamente in ogni settore

economico. A differenza del passato, quando l’Italia aveva una moneta sovrana, bastava

stampare banconote in momenti di crisi; nel “sistema euro” possiamo permetterci

di finanziarci unicamente con l’ emissione di obbligazioni ma cio’ e’ possibile

fino a quando abbiamo i conti in “ ordine” o comunque li rappresentiamo

in modo credibile.

L’attuale instabilita’ politica italiana e’ fonte di grande preoccupazione a livello

europeo e come primo impatto gli investitori e le banche saranno scoraggiati a

investire nel Paese Italia; gia’ si vede un aumento dei tassi di interesse

sui mutui con conseguente depressione del mercato immobiliare.      

C’e’ da sottolineare che in caso di turbolenza dei mercati finanziari, quando lo

spread inizia a salire, non segue una progressione aritmetica bensi’ geometrica,

i tassi non aumentano di pochi punti al giorno in modo progressivo bensi’ rad-

doppiano geometricamente in breve tempo.

Secondo una analisi dell’ufficio parlamentare di bilancio, un aumento di 100

punti potrebbe costare 1,8 miliardi il primo anno, 4,5 nel secondo e 6,6 il

terzo. L’attuale turbolenza finanziaria determinata dalla nuova Legge di bilancio

ha fatto scattare il cosiddetto “ panic selling” ossia gli investitori si stanno

liberando dei titoli di Stato italiani per orientarsi su investimenti meno a rischio.

Altro fatto molto negativo e’ dato dalla valutazione delle 4 agenzie di rating in

merito al debito pubblico italiano, stanno infatti decidendo se tagliare ulteriormente

il rating.

Da considerare che a fine di quest’ anno la BCE terminera’ i suoi acquisti di titoli di

Stato dei Paesi a rischio “default” ed in questo contesto il governo italiano ha

“esternato” in un  documento provvisorio di “cancellare” 250 miliardi di debito

pubblico nazionale in pancia alla BCE . Chiaramente i mercati hanno reagito molto

male. La BCE puo’ acquistare solo titoli di stato denominati “ investment grade” ossia non

troppo rischiosi, livello che li distingue dai “ titoli spazzatura” , non acquistabili;

attualmente l’italia e’ appena un gradino sopra tale soglia (!)

Se la valutazione delle agenzie dovesse scendere al gradino sottostante, la BCE non

potra’ piu’ acquistare il nostro debito ne’ accettarlo come garanzia collaterale dalle

banche per finanziarle. Si aprirebbero scenari disastrosi per l’intera economia del Paese.     

 

ULTIMO ANNO

 

ULTIMI 3 ANNI

 


Quello che sta avvenendo in merito alle trasmissioni televisive sul calcio a pagamento ha dell’inverosimile. Non solo a causa di una Lega Calcio che pur di ottenere diritti e risorse sempre più ricche mette in campo, decisioni di spacchettamento nella visione delle partite  delle squadre di serie A procurando seri problemi economici in tema di abbonamenti per gli sportivi e i tifosi della propria squadra, imponendo duplicità di abbonamento per la visione di quanto preferito ma anche altri problemi di carattere tecnologico, tutto per complicarne la visione. Infatti gli abbonati, oltre a doversi servire di piattaforme diverse, già problema complicato di per sè,  a questo modello di sistema trasmissivo non viene permesso di utilizzare il televisore di casa, al di là di ulteriori modifiche tecnologiche e naturalmente più costose degli attuali abbonamenti. Si rendono necessari, infatti, ulteriori collegamenti con computer o ipad vari, ovviamente non alla portata di tutti e comunque assai complicati per la maggior parte dei cittadini consumatori.

Inoltre e cosa di non poco conto la stessa ricezione del segnale è condizionata dalla presenza o meno della banda larga ponendo così gravi problemi di qualità del segnale e delle immagini.

Tutto ciò è insopportabile e ci chiediamo dove erano le varie responsabilità di Governo a partire dal dipartimento Sport di Palazzo Chigi, dal Coni, dall’Agcom Autorità delle comunicazioni, per far sì che questa nefandezza non fosse attuata - si domanda Rosario Trefiletti Presidente dell’ Istituto Studi Sul Consumo e componente del consiglio nazionale utenti CNU.


ANDAMENTO POVERTA’ IN ITALIA 2010 - 2017

Pubblicato in Politica Economica Settembre 25 2018 Etichettato sotto

ANDAMENTO POVERTA’ IN ITALIA  2010 - 2017

DATI ISTAT

Quello che si evince dalla serie di questi dati è la triste realtà in cui versa il Paese da molti anni a questa parte. Una situazione tragica per milioni di famiglie che non hanno sostentamento o che hanno, si sostentamento, ma che vivono una situazione di grande disagio. Ed in queste famiglie vi sono soprattutto bambini che soffrono raggiungendo quest’ultimi una cifra che sorpassa il milione di unità.

Tutto ciò è il prodotto sia della grave crisi finanziaria del 2007 e sia dalla insipienza di come si è malamente operato per scongiurare tali effetti, anche attraverso politiche di sviluppo e di investimento. Infatti vi è, e non poteva essere diversamente, una grande coerenza tra i valori delle famiglie in povertà con quelli relativi al prodotto interno lordo e al tasso di disoccupazione del Paese.

Sconvolgente poi, è il divario che si registra nel confronto tra il Centro-nord del Paese con la situazione del Mezzogiorno d’Italia che dimostra l’aggravamento anche su questo versante delle tante diseguaglianze già in atto in ogni campo.

 


 

 

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  


L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 


Abbiamo già realizzato l’elaborazione sull’andamento generale dei consumi dal 2007 al 2017.

In questa nota, Luglio 2018, abbiamo elaborato sempre sullo stesso periodo e su dati Istat le variazioni occorse sui consumi disaggregati tra quelli alimentari ed altri consumi.

I consumi nel suo complesso non raggiungono la spesa che veniva effettuata nell’anno 2007. Si pensi, inoltre, che nel periodo considerato la variazione dei prezzi dei consumi registrati dal tasso di inflazione è stato del 13,6 %. Ciò fa ragionevolmente supporre una caduta in volume ancora più forte.

Se disaggreghiamo i consumi, solo quelli alimentari e solo quelli realizzati al Nord ( Nord-Ovest e Nord-Est ) registrano dati in aumento del 7,2 % e del 4,2 %. Attenzione sempre al tasso di inflazione che ne certifica una caduta in volume.

Nel Centro, nel Sud e nelle Isole il dato è ancora desolante e negativo sino ad arrivare a quello pessimo del Sud a -5,5 %. Anche da ciò si evince un clamoroso caso di disuguaglianza economico e sociale inaccettabile.

Ma ciò, della disuguaglianza, è oltretutto certificabile sui dati dei consumi non alimentari. Qui due sono le considerazioni: da un lato tutte le variazioni dei valori economici sono in negativo come il dato nazionale che registra un -4,0 %, ma la seconda considerazione è la forbice tra il territorio del N-Ovest con un -1,2 % e il clamoroso dato delle Isole a -8,9 %.

Tutto ciò è ovviamente coerente e concatenato ai differenziali sui tassi di disoccupazione, di investimenti e dei poteri di acquisto dei vari territori.

Segue tabella della elaborazione.

 

                                                                                                                   Anno 2007 (media nazionale spesa mensile totale  € 2648 )

N-O

N-E

Centro

Sud

Isole

Italia

Alimentare

   non            

alimentare     

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

 441

2431

428

2533

457

2297

492

1729

446

1706

453

2195

Anno 2017 (media nazionale spesa mensile totale  € 2564   -84 € mensili)            - 3,1%      -1008 € annuali

N-O

N-E

Centro

Sud

Isole

Italia

Alimentare

non

alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

473

2402

446

2397

451

2227

465

1606

429

1554

457

2107

Differenza percentuale consumi 2007-2017

N-O

N-E

Centro

Sud

Isole

Italia

Alimentare

non

alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non  alimentare

Alimentare

non alimentare

+32

-29

+18

-136

-6

-70

-123

-139

-17

-152

+4

-88

+7,2%

-1,2%

+4,2%

-5,4%

-1,3%

-3,1%

-5,5%

-7,1%

-3,8%

-8,9%

+0,8%

-4,0%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Se dalla analisi  dei dati economici attuali si certifica che  il Paese e le famiglie soffrono ancora delle  ricadute della grave  crisi economica dell’ultimo decennio anche i dati sui consumi indicano  che ancora  oggi  non vengono restituiti i valori economici che caratterizzavano il 2007 anno di inizio della grande crisi. Quello che oggi  colpisce ancora di più e profondamente è l’ulteriore allargarsi del divario Nord Sud in tema di ripresa dei consumi. Infatti la media della perdita si attesta a un -3,2 %  registrando al Nord un +0,1% e al Sud un  – 6,7 %  ed addirittura nelle Isole del      -7, 9 %.

Dati insopportabili  e coerenti con il potere di acquisto delle famiglie  in riduzione che deriva ed è strettamente collegato agli specifici e differenziati  tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, nelle varie aree del Paese.

CONSUMI FAMIGLIE             

CALCOLO  REALIZZATO  SU DATI ISTAT : SPESA  MENSILE FAMIGLIE

                    ITALIA         2007                                                                                      ITALIA      2017

SPESA  MENSILE   2648        ANNUALE    31.784 EURO                      MENSILE 2.563    ANNUALE   30.756 EURO

CADUTA   NEI  CONSUMI  DEL  3,2 %   PARI  A  - 85 €  MENSILI    -1.028 € ANNUI A FAMIGLIA

( 26 MLD ANNUI  IN MENO DI SPESA  NEL MERCATO)

 

SE SI CONSIDERA CHE  SU QUESTI DATI HA INCISO NEL DECENNIO UNA  VARIAZIONE DEL TASSO DI INFLAZIONE PARI AL 13,6 %  SI PUO’ RAGIONEVOLMENTE  IPOTIZZARE UNA CADUTA DEI VOLUMI  DI  ACQUISTO  ( 13,6 + 3,2 ) DEL 16,8 %

COMPARAZIONE CONSUMI  2007- 2017 PER AREE TERRITORIALI:

 

Anno 2007 (media Nazionale € 2648 mensili)

N-OVEST

N-EST

CENTRO

SUD

ISOLE

2871 €

2960 €

2754 €

2221 €

2153 €

                  Anno 2017 (media nazionale € 2563 mensili   - 85 €) = - 3,2 %

2874 €

2843 €

2678 €

2071 €

1982 €

Differenza percentuale consumi 2007-2017

-1,1%

-5,2%

-5,2%

-7.66%

-9.8%

+3 € mese

-117 € mese

-76 € mese

- 150 € mese

-171 € mese

-36 € annui

+ 0,1 %

-1404 € annui

- 3,9 %

-912 € annui

- 2,7 %

-1800 € annui

- 6,7 %

-2052 € annui

- 7,9 %

 

 

 

 

 

                                                                                        


Questo ebook ha origine in tre momenti particolari della mia vita. All’origine sta la scelta della mia tesi di laurea La funzione del consumo nell’economia pianificata, tesi che mi ha imposto e al contempo mi ha permesso di affrontare e approfondire il grande duello teorico tra i fautori dell’economia di piano – dalle tavole intersettoriali di Quesnay, passando per E. Barone ed il suo saggio fondamentale del 1908, Il Ministro della produzione in una economia collettivista, nonché i pianificatori sovietici - e i fautori della economia di mercato, in particolare gli alfieri del marginalismo della scuola viennese - tra cui von Mises e von Hajek - che ha nella teoria della sovranità del consumatore una delle sue pietre angolari. Il tema del consumo e del ruolo del consumatore rinvia infatti al tema del calcolo economico, dell’impossibilità del calcolo razionale nella economia di piano che, sostenevano i marginalisti - era impossibilità di calcolare l’enorme massa di dati che, figli delle scelte individuali e imprevedibili del consumatore, avrebbero dovuto fondare e guidare a loro volta l’ottimizzazione delle scelte della produzione. La potenza di calcolo – sostenevano in definitiva i marginalisti - era inferiore alle equazioni da risolvere. Nessun Gosplan - affermavano – sarà mai dotato di una tale potenza di calcolo. È stato un duello di straordinaria levatura, ripercorso in tempi recenti da un bel libro di P. Mason Postcapitalismo. Il secondo momento è collegato alla mia collaborazione, da qualche anno in qua, con la Federconsumatori, collaborazione per me particolarmente interessante a partire dal fatto che il Consumo, l’atto del consumare e le implicazioni che tale atto contiene in sé, rappresenta la ragion d’essere di tale organizzazione e di altre analoghe. Da ultimo, l’impegno a costruire la Fondazione ISSCON, Fondazione che ha, proprio come suo scopo, l’approfondimento del tema Consumo, come grande tema, insieme teorico e politico, in un momento nevralgico come l’attuale - l’avvento della rivoluzione informatica - momento in cui cioè si tende a presentare la stessa figura del consumatore come sostitutiva della figura del lavoratore. Dal confronto e dall’intrecciarsi fecondo di molteplici punti di vista dei componenti il Comitato scientifico della Fondazione, alcuni rappresentati direttamente nel lavoro, nasce quindi questa operetta. Operetta che vuol essere un contributo allo sviluppo politico del movimento dei consumatori. Un pensiero particolare va a Michele Mezza, a Paolo Cacciari, a Maurizio Fiasco, a Rosario Trefiletti, a Fabrizio Rufo per le loro continue suggestioni e per i loro contributi; come un pensiero riconoscente va a PierLuigi Albini e a Pasquale Ruzza, senza i quali l’ebook non avrebbe mai visto la luce.

 

Luigi Agostini


Attorno alla questione della Flat-Tax ( ora Dual-Tax ) si sta, e giustamente discutendo sulle coperture che tale operatività comporta, sia sul versante di come reperire risorse attraverso lo sviluppo del Paese o sia attraverso tagli di spesa che possono toccare strumenti e servizi sensibili per le famiglie quali quelli delle detrazioni o deduzioni di imposta o quelli della salute o dei trasporti tanto per esemplificare.La questione, che vogliamo porre e che da una semplice elaborazione, qui di seguito esplicitata e di cui si parla poco è quella relativa alle ricadute che questa operazione comporta sui redditi dei cittadini.

 Innanzitutto tale operazione esclude benefici a: incapienti, casalinghe, disoccupati, lavoratori a partita IVA ecc. ma soprattutto tocca uno dei temi più scottanti che attraversa il contesto sociale e che attiene al tema  assai rilevante della Diseguaglianza. Infatti dai calcoli effettuati, da zero benefici si passa a quelli minimi di chi ha redditi bassi con guadagni di circa 92 € al mese a quelli elevati di circa 1000 € mensili e  addirittura di 1244 € mensili di guadagno per chi ha redditi annui di 100 mila € annui.

Si pensi solo alla questione, per esemplificare, della contraddizione che scaturisce quando si parla delle pensioni d’oro o di stipendi manageriali a cui si arriverebbe a far guadagnare di più circa 4000 € mensili a tali percettori di alto reddito. Ecco il relativo calcolo: pensione d’oro 20mila € mensili, per 13 mensilità reddito annuo 260 mila €. Con tassazione attuale si paga 104.970 mila €, con tassa proposta al 20 % si pagherebbe 52 mila con un risparmio di 52.970 mlia € e con un guadagno di 4.074 € mensili.                 

SEGUE TABELLA

Scaglioni Irpef

aliquote

imposta dovuta  attualmente e con FLAT-TAX al 15%

Redditi fino a 15.000 euro

23%

23% del reddito pari a 3.450 €

FLAT TAX  15%  tassa  2.250 €      -1.200

 Aumento mensile x 13 mensilità         92€

Redditi da 15.001 fino a 28.000 euro

27%

3.450,00 + 27% sul reddito che supera i 15.000,00 €

Reddito   28.000 €  tassa 6.960 €     

FLAT- TAX  15%  tassa 4.200€          - 2.760 €

Aumento mensile x 13 mensilità           212 €

Redditi da 28.001 fino a 55.000 euro 

38% 

6.960,00 + 38% sul reddito che supera i 28.000,00 €

Reddito  55.000 €   tassa 17.220 €   

FLAT TAX  15%  tassa  8.250               - 8970 €

Aumento mensile x 13 mensilità              690 €

Redditi da 55.001 fino a 75.000 euro 

41% 

17.220,00 + 41% sul reddito che supera i 55.000,00 €

Reddito  75000 €   tassa 25.420 €    

FLAT TAX  15%  tassa  11.250 €         -14.170 €

 Aumento mensile x 13 mensilità            1090 €

Redditi oltre 75.000 euro 

43% 

25.420,00 + 43% sul reddito che supera i 75.000,00 €

 Reddito 100.000 €  tassa 36.170 €

FLAT TAX  20% tassa  20.000 €            - 16.170        

  Aumento mensile x 13 mensilità             1244 €

 

 

 

 

 

 

 

 


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