19-02-2019

Democrazia ed economia un nuovo soggetto:il consumatore-cittadino

Consumerismo Scritto da  Giovedì, 12 Aprile 2018 13:34

 

Luigi Agostini

 

 

 

Democrazia ed economia

un nuovo soggetto:il consumatore-cittadino

 

 

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Indice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0.      Premessa

 

1.      Consumerismo

1.1. Il consumatore associato

1.2. Consumo consumatori consumerismo

1.3. Una nuova semantica del consumo

 

2.      Beni comuni

2.1. Acqua bene comune

2.2. Per un nuovo modello di sviluppo

2.3. L'acqua e la politica

 

3.      Beni relazionali

3.1. Banca del tempo

3.2. Donazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Premessa

 

 

Occorre costruire un movimento e  un soggetto collettivo sulle tematiche del consumo, cioè sul come e sul cosa consumare. Un soggetto collettivo, una associazione di consumatori - e non un semplice collegio di avvocati -che, partendo dalla indispensabile azione di tutela minuta del consumatore cittadino, sappia diventare soggetto di democrazia economica, cioè un soggetto in grado di influenzare e condizionare lo spontaneismo e l’anarchia della produzione.

 

Tale movimento e tale soggetto possono  oggi poggiare su tre diverse ma fondamentali novità.

 

La prima novità, di rilievo storico, riguarda la funzione stessa del consumo il consumo è stato sempre pensato come gerarchicamente subordinato alla produzione. La decisione di cosa produrre conteneva in sé anche la decisione di cosa consumare. Basta ricordare la celebre battuta di Henry Ford. Gli eventuali scostamenti tra domanda ed offerta erano affidati alla “sapienza” manipolatoria della Pubblicità.

 

Oggi, invece, il  consumo condiziona sempre più le stesse decisioni della produzione: la tradizionale relazione produzione – distribuzione - consumo da gerarchica, è diventata sempre più circolare.

 

Il consumatore ha e avrà un potere sempre maggiore da mettere sul piatto della bilancia delle forze. Come cambia e si fa sempre più sofisticato anche il profilo della pubblicità.

 

La seconda novità, di rilievo strategico, è data dal processo di finanziarizzazione dell’economia, dal profondo sconvolgimento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e dagli effetti economici, sociali e politici che tale processo induce sull’insieme della vita quotidiana.

 

La terza novità , di rilievo politico, riguarda il rapporto, l’intreccio tra gravità della attuale crisi e il processo attuale di globalizzazione .

 

La Grande Crisi, segnata da un eccesso di capacità produttiva in tutti i settori fondamentali, ripropone il tema di un nuovo modello di sviluppo - invece che di politiche di austerità - come strategia necessaria di superamento della crisi stessa. E quindi di un nuovo Modello di consumo, modello che dovrà essere sempre più centrato  su Beni Comuni e Beni Relazionali,data la saturazione raggiunta dai Beni Privati.

 

In tale contesto, dai caratteri di lunga durata, questo ebook vuole essere un tentativo di dare un certo  ordine al discorso  sul consumo, e un contributo alla costruzione di un soggetto e di un movimento collettivo sulle politiche consumeriste.

 

Si tratta in definitiva di un contributo alla affermazione di un  soggetto collettivo  che,  in dialettica positiva con altri soggetti,in specie con il sindacato dei lavoratori- in specie del sindacato del Come e cosa Produrre del giovane B.Trentin di Da Sfruttati a Produttori-, si proponga di diventare,dal versante del Consumo,-cioè del Cosa e come Consumare- come esortava C.Napoleoni, un protagonista del discorso della democratizzazione dell’economia. Discorso oggi particolarmente strategico ,data la frattura sempre più profonda  tra democrazia politica e finanziarizzazione della economia.

 

 

 

 

1.   Consumerismo

1.1. Il consumatore associato: un nuovo soggetto per una politica del consumo(1997)

È giusto partire dall'affermare la nostra opzione di fondo, opzione comune di Cgil e Federconsumatori: la scelta di co­struire, sulle tematiche del consumo, un soggetto sociale, un soggetto cioè con due caratteristiche fondamentali: radica­mento diffuso e capacità di controllo sociale. Ciò significa ri­fiutare sia l'idea del consumatore-cliente, sia la concezione del consumatore-atomo; significa proporsi invece, netta­mente, di affermare l'idea del consumatore-associato. L'as­sociazionismo dei consumatori rappresenta la nostra stella polare, in antitesi chiara verso chi pensa che oggi una politica del consumo può risolversi nell'iniziativa eclatante di qualche collegio di avvocati.

 

Solo un grande sviluppo dell'associazionismo e di grandi organizzazioni di consumatori può permettere un'azione in­cisiva sui due terreni - da tenere saldamente intrecciati - che fondamentalmente formano una politica del consumo: tutela del consumatore, orientamento del consumo.

 

Inoltre, un grande sviluppo dell'associazionismo dei con­sumatori può riversarsi oggi in quella che L. Salomon chiama «rivoluzione associativa», cioè nel fenomeno, in crescita im­petuosa, di varie forme di associazionismo che insieme rap­presentano l'altra faccia, la faccia non competitiva, ma coo­perativa, della mondializzazione in corso. Scommettere su ta­le processo, alimentarlo, rappresenta per il sindacato confe­derale un investimento sul suo stesso futuro.

 

Polimorfismo del soggetto (lavoratore-risparmiatore-con­sumatore, compresenti in maniera inedita nella stessa perso­na); pubblicità, suo ruolo cioè sempre più manipolatorio e in­vasivo grazie anche al processo di televisivizzazione; priva­tizzazione dei servizi sociali, pongono al movimento sindaca­le con urgenza la necessità di costruire un'organica politica del consumo, il sostegno a tutte le forze che possano svolge­re una funzione di bilanciamento verso lo strapotere di mer­cato dell'impresa capitalistica.

 

Carta dei Servizi, liberalizzazione e price cup, authority, antitrust devono diventare terreni su cui è sempre più neces­sario sviluppare forze in grado di bilanciare quelle potenze che oggi dominano semi indisturbate le dinamiche di mercato; di­versamente i consumatori e le organizzazioni consumeristi­che sono confinate a ruoli marginali e secondari.

 

L'approvazione della legge-quadro sul consumo - che con­sideriamo un passaggio determinante e che sosteniamo con tutte le forze – rappresenta l'occasione più favorevole per una ripresa di attenzione su tale tematica e per costruire un nostro punto di vista organico, consapevoli del ritardo e della tanta polvere posata sull'argomento.

 

La legge-quadro può aprire la via a un grande sviluppo dal­le politiche consumistiche e dell'associazionismo dei consu­matori; ma tale via, per essere percorsa, ha bisogno di una cul­tura e di una strategia, a partire dall'idea di mercato.

 

Anche a sinistra, di fronte al collasso dei sistemi di econo­mia a pianificazione centralizzata - in tali economie il luogo della decisione del produrre tende a coincidere con il luogo della decisione del consumare - sta prendendo piede un'idea di mercato come meccanismo capace, in sé, spontaneamen­te e automaticamente, di autocorrezione, di autoregolazione.

 

Tale idea rappresenta un'astrazione, un mito ideologico; il mercato lasciato a se stesso, come ha sostenuto con argu­zia l'arcivescovo di Canterbury al recente congresso del parti­to laburista, diventa il luogo della manipolazione e dello spre­co, della diseguaglianza e dell'esclusione sociale: lasciato a se stesso può essere «non un ottimo servo, ma un pessimo pa­drone». È indispensabile quindi mettere in campo una strate­gia complessa per uscire da una situazione, come quella attuale, in  cui, per dirla icasticamente, i mercati governano, i tecnici amministrano, í politici vanno in televisione.

 

In primo luogo il mercato, come sostiene F. Braudel, va con­cepito propriamente come un'istituzione sociale, la cui vita, in evoluzione continua, è scandita dallo scontro tra forze e dal­la definizione di regole dipendenti dall'esito di tali conflitti.

 

Una politica sul consumo deve saper tenere insieme sia una capacità di tutela minuta dei consumatori sia un'azione di orientamento del consumo, della domanda, per non cade­re sia nel lobbysmo sia nella «rottamazione», assunta come filosofia generale di politica del consumo. Un'organica politi­ca del consumo inoltre diventa possibile se ancoriamo la co­struzione e lo sviluppo di grandi realtà associative dei consu­matori a due solidi concetti: il mercato come istituzione so­ciale e il cittadino, come insegnava A. Marshall, come sogget­to ben informato. Nel nostro dibattito sarebbe di grande aiuto ripercorrere le tappe fondamentali della teoria economica sul tema, dalla legge di Say- è l'offerta che crea sempre la pro­pria domanda - alla teoria del moltiplicatore, della domanda aggregata, di J. M. Keynes.

 

Infatti il «consumo» sta alla base di tutte le «figure» e teo­rie principali dell'economia politica: monopolio, oligopolio, concorrenza, formazione dei prezzi, distribuzione del reddito, crisi ecc.

 

Ripercorrere tali tappe potrebbe risultare un esercizio par­ticolarmente importante per costruire in maniera non im­provvisata un nostro punto di vista organico sul tema. Ma og­gi mi preme sottolineare gli ultimi sviluppi.

 

Una politica di tutela del consumatore e di orientamento del consumo richiede un'innovazione continua sia sul terreno culturale sia sul terreno della proposta specifica; a partire da due fenomeni nuovi e di rilevanza strategica su cui è necessario riflettere:  .

• l'accorciamento del ciclo di vita delle merci alimenta una cre­scita esponenziale - unica nella storia - di rifiuti, di macerie, di rovine (come le chiama T. Maldonado): da una parte la vita breve degli oggetti, dall'altro la vita lunga delle rovine;

• la rivoluzione digitale e l'affermarsi dei suoi due attributi fondamentali: la pervasività, cioè l'applicabilità delle nuove tec­nologie a sfere sconosciute finora della vita umana, fino alla creazione della vita stessa -  l'uomo che si fa Dio - e la pro­duttività, cioè il balzo in avanti della produttività del lavoro. L'ef­fetto combinato di tali fenomeni è tale da modificare in profon­dità l'intero quadro delle relazioni economiche e principal­mente il rapporto tra produzione e consumo.

 

Il pensiero teorico più avveduto coglie connessioni inedi­te tra rivoluzione digitale, uso del tempo, consumo. Il ragio­namento che viene proposto può avere un valore essenziale per uscire da un senso comune che poggia fondamentalmen­te sulla triade concettuale: produzione-rovine -rottamazione.

 

Con la crescita economica, si sostiene, non cambia sol­tanto la destinazione della spesa da parte dei soggetti, se­condo la classica legge di Engel: passaggio dai consumi necessari ai consumi voluttuari, al crescere del reddito; cambia anche il modo in cui è possibile soddisfare i bisogni, proprio perché aumentano le alternative di consumo, rideterminando così nuovi modelli di consumo. L'effetto combinato del balzo nella produttività, determinato dalla rivoluzione tecnologica, e dello spostamento nei modelli del consumo produce una condizione sostanzialmente inedita, e potenzialmente ricchissima di cambiamenti nell'organizzazione dell'uso del tem­po, sia del tempo di lavoro retribuito, sia del tempo libero. Sin­teticamente, assistiamo cioè a un mutamento in profondità nell'uso del tempo necessario sia per la produzione di merci sia per il consumo finale delle stesse merci: come la quantità infatti del prodotto dipende dal tempo di produzione e dalla produttività, così la capacità di consumo dipende dalla quan­tità di tempo disponibile per il consumo e dalla «consumati­vità» ,cioè dalla quantità di merci pro capite consumate in un'unità di tempo.

 

Una società, di fronte a una crescita della produttività, se vuole mantenere lo stesso livello di occupazione, a orario di lavoro invariato, deve aumentare l'intensità di consumo: in teoria l'aumento dell'intensità di consumo deve essere ugua­le alla crescita della produttività, se si vuole mantenere stabi­le il livello di occupazione.

 

Ma il consumo, specie il consumo «affluente», è sottopo­sto a un effetto crescente di saturazione; inoltre, il tempo di consumo è complementare al tempo di lavoro, e se il primo au­menta, il secondo deve diminuire. Oggi, come sostiene J. Ger­shuny, una nuova ondata di crescita economica, fondata su alti incrementi di produttività, consentiti dalla rivoluzione di­gitale, per realizzarsi ha bisogno di strategie incentrate su una nuova modulazione del tempo e sulla qualificazione sociale dei nuovi consumi resi possibili dai tempo liberato dal lavoro.

 

Le strategie di riduzione del tempo di lavoro, aumentando il tempo di consumo, rappresentano così uno dei presupposti principali per la diffusione di un nuovo sistema di merci che possono sfruttare le potenzialità delle tecnologie della rivo­luzione digitale e sostenere a loro volta la domanda.

 

Una nuova modulazione dei tempi - riorganizzazione de­gli orari, riduzione degli orari, politiche di fruibilità, intesa come capacità di intervento sui tempi complessivi della città - è necessaria non solo e soltanto per i suoi effetti sociali e civili, ma anche e comunque per i suoi effetti economici di­retti e indiretti.

 

In definitiva, cambia il rapporto, su cui siamo concettual­mente cresciuti, tra tempo di lavoro e tempo libero: per Key­nes uno degli effetti principali della crescita economica pote­va consistere nel produrre tempo libero; la rivoluzione digitale sembra proporre anche il processo inverso: dal tempo libe­ro è possibile alimentare la crescita. Qui sta la novità.

 

L'affermazione progressiva del nuovo paradigma tecno­logico sembra generare quindi rapporti economici inediti, ma essenziali per delineare nuove politiche sul consumo: le varie attività del tempo libero si trasformano in tempo di lavoro, il tempo libero si converte in tempo produttivo, l'otium diventa lavoro inaugurando «una nuova forma di economia basata sulla creazione di un nuovo mercato grazie al consumo di mas­sa e a distanza del tempo libero dei cittadini».

 

Nella Telepolis, nella città digitale, sostiene J. Echeverria, «sta mutando la struttura e la gerarchia tra produzione, di­stribuzione e consumo» e sta emergendo «una fonte di ric­chezza sconosciuta alle culture precedenti, tradizionalmente basata su tempo di lavoro e tempo di riposo».

 

Come altre volte nella storia, i grandi balzi tecnologici ini­zialmente hanno avuto, in gran parte, l'effetto di risparmiare lavoro ( labour-saving) ma il pieno dispiegarsi degli effetti po­sitivi delle nuove tecnologie sul piano economico e occupa­zionale ha bisogno di un ampio processo di adattamento so­ciale e culturale, di un mutamento profondo negli stili di vita, di una profonda riorganizzazione temporale delle relazioni di lavoro e sociali.

 

L'esperienza del fordismo, come sostengono molti storici e economisti, ha un valore paradigmatico: gli ef­fetti positivi del «sistema fordista» si sono dispiegati con al­meno venti-trent'anni di ritardo dall'introduzione delle relati­ve tecnologie. Sono stati cioè necessari trent'anni per rende­re effettiva la domanda di beni e servizi che le nuove tecnolo­gie avevano reso potenzialmente disponibili.

 

Oggi si pone un problema analogo nel rendere effettiva la domanda di nuovi beni e servizi resi disponibili dalla rivoluzio­ne digitale. Questo è particolarmente vero per i servizi sociali e personali, educativi e culturali, assistenziali e sanitari, scienti­fici, commerciali e bancari, di intrattenimento e turistici e così via.

 

A giudizio di diversi economisti, valga per tutti C. Freeman, l'insufficienza della domanda di nuovi beni e servizi rappresen­ta in Europa la strozzatura economica principale; la scarsa di­sponibilità di tempo del consumatore costituisce uno dei prin­cipali freni al pieno dispiegarsi della domanda di servizi sociali e personali resi possibili dallo sviluppo delle nuove tecnologie.

 

Perciò, proprio l'azione di riallineamento tra i tempi socia­li e il riequilibrio tra tempo di lavoro e tempo libero, tempo di vita, può costituire il terreno più produttivo di un'azione lun­gimirante delle associazioni consumeristiche e sindacali vol­te a creare nuova domanda, nuova qualità sociale e nuova oc­cupazione.

 

Mentre stiamo discutendo sulla legge-quadro sul consu­mo, sta arrivando in porto la nuova legge fiscale sulle Onlus e sulle organizzazioni senza scopo di lucro.

 

L'approvazione di tale provvedimento accelererà, senza dubbio, anche nel nostro paese, lo sviluppo di quella che con­venzionalmente chiamiamo economia sociale, cioè di tutte quelle forme che dal punto di vista dell'offerta possiamo pre­valentemente ricondurre alla figura dell'impresa sociale e coo­perativa, e dal punto di vista della domanda prevalentemen­te ai nuovi servizi alla persona. Per questa via passerà, dob­biamo esserne consapevoli, un profondo rimodellamento del sistema di protezione sociale, nuove forme di occupazione, inedite relazioni sociali, Le nuove politiche sociali centrate co­me fine sul concetto dell'integrazione sociale, come mezzo, sullo sviluppo dell'economia sociale, chiamano in causa non solo astrattamente la «domanda sociale», ma consumatori concreti, con bisogni concreti.

 

È necessario che i consumatori si organizzino e si associ­no, sia per far emergere nuovi bisogni sia per strutturare una nuova domanda.

 

Non basta cioè distribuire dei buoni-servizio e simulare astrattamente uno pseudomercato: è necessario impedire il riprodursi anche nei «mercati sociali» della classica asimme­tria tra offerta e domanda; al potere dell'offerta è importante far corrispondere un potere nuovo della domanda. Questo va­le in generale, ma specialmente in un territorio particolare co­me quello che denominiamo economia sociale.

 

Fare emergere, orientare la domanda sociale, sviluppare le varie forme di tutela dei consumatori, espandere i nuovi biso­gni sociali: tale campo di attività può diventare quindi un ve­ro e proprio banco di prova delle capacità di radicamento e di controllo sociale delle associazioni consumeristiche.

 

Insieme alla legge fiscale sulle Ontus, alla nuova legge qua­dro sull'assistenza, al nuovo Statuto dei lavoratori, la legge qua­dro sul consumo può rappresentare un'altra pietra angolare del quadro normativo che deve presiedere allo sviluppo dell'eco­nomia sociale e di nuove forme di cittadinanza attiva.

 

Proprio per questo è necessario tenere strettamente col­legate la nuova legge quadro sul consumo all'evoluzione del­l'intero quadro normativo che deve regolare lo sviluppo dell'economia sociale, senza naturalmente perdere di vista l'in­tero quadro economico e sociale.

 

Infine, per quanto riguarda il rapporto Cgil-Federconsu­matori, non possiamo che registrare una sottovalutazione ab­bastanza diffusa della rilevanza strategica che tali problema­tiche possono rappresentare per la funzione generale del sin­dacato confederale. Siamo cioè di fronte a una classica nostra difficoltà: quella cioè di non riuscire a cogliere tutte le impli­cazioni presenti intrinsecamente nelle novità strutturali che emergono e quindi di rimodellare velocemente strategia e or­ganizzazione. D'altra parte il sindacato, diceva una volta Vit­torio Foa, è una macchina che prende quasi tutte le buche: è bene però aver chiaro che all'origine di una difficoltà politica sta sempre una difficoltà teorica-culturale.

 

É bene perciò insistere su un concetto primario: la rivolu­zione tecnologica non modifica soltanto i lavori - lavoratori e impresa -, ma con una forza pervasiva sconosciuta modifica tutti gli ambiti di vita, le relazioni spaziali e temporali.

 

Non esiste più il «tempo di lavoro» e «tempo di riposo», «la­voro produttivo» e «lavoro improduttivo» nell'accezione clas­sicamente conosciuta. Non esiste più la relazione, almeno nel­la sequenza lineare a cui siamo abituati: produzione come at­to iniziale, distribuzione come atto intermedio, consumo come atto finale; tale relazione da gerarchica, nella realtà di oggi, di­venta circolare, fino a rovesciarsi sul suo contrario.

 

Se si rimane concettualmente dentro la vecchia sequenza produzione-distribuzione-consumo, si resta politicamente dentro la sequenza produzione-rovine-rottamazione. È la le­zione che abbiamo tratto anche dall'ultima riflessione che ab­biamo organizzato su «Sport e politica sociale». Se l'attività sportiva viene concepita come dopolavoro, non si riesce a ve­dere l'immenso fenomeno che si sta producendo: l'economia politica dello sport, attività, lavori, prodotti, eccetera.

 

Emerge inoltre una nuova «questione sociale» le cui ca­ratteristiche sono molto più delineabili con la coppia concet­tuale di inclusione-esclusione che con le precedenti coppie concettuali di ricchi/poveri, sfruttatori/sfruttati; di conse­guenza emerge la necessità di politiche sociali innovative cen trate non più sul concetto di rischio sociale e quindi sulla co­struzione di una rete di assicurazioni sociali (Inps e altro) ma sul concetto di vulnerabilità sociale e su politiche di integrazione sociale e di cittadinanza attiva.

 

La Cgil, le Camere del lavoro, di fronte al frastagliamento del lavoro e al nuovo polimorfismo sociale, al crescere della precarietà e dell'esclusione sociale, fenomeni non solamen­te riconducibili a problemi di lavoro e di reddito, se vorrà man­tenere la sua fisionomia di sindacato confederale, dovrà usci­re da una specie di «pregiudizio produzionista» e vedere il ruo­lo essenziale che svolge il consumo nel determinare compor­tamenti e scelte sia individuali sia collettive. Non più soltanto «lavora e spendi», cosa e come produci, ma anche cosa e co­me consumi, quale azione sociale sviluppare e quali relazioni di socializzazione costruire partendo dalla nuova complessità «dell'essere sociale».

 

Il protocollo tra Cgil e Federconsumatori non resterà un fat­to burocratico, di semplice mutua assistenza, se sapremo ins­ieme, nel nutrire l'offensiva necessaria per conquistare la legge-quadro, affermare sia una tutela dei consumatori e de­gli utenti, sia soprattutto una cultura sul nuovo ruolo e peso che la politica del consumo dovrà avere all'interno di una stra­tegia generale fondata sul concetto di mercato come istitu­zione sociale e che, proprio per questo, può essere in grado di dare vita e sostegno allo sviluppa di molteplici forme e forze di intervento sociale.

 

 

Bibliografia

·         C. Freeman - L. Soete, «Lavoro per tutti o disoccupazione di massa?», Etas Libri, 1994

·         M. Keynes, «La fine del Laissez-faire», Bollati e Boringhieri,  1991

·         J. Gershuny, «L'innovazione sociale», Rubbettino, 1993

·         T. Maldonado, «Critica della ragione informatica», Feltrinelli, 1999

·         C. Napoleoni, «La rivista trimestrale», Bollati e Boringhieri,  

·         J. Echeverria, «Telepolis», Laterza, 1995

·         P. Rosanvallon, «La nuova questione sociale», E.L., 1997

 

 

 

1. 2. Consumo Consumatori Consumerismo (2010)

 

Cogliere le linee di tendenza della evoluzione dei consumi, afferrare i significati di un fenomeno particolarmente complesso e multiforme, specie in società opulente, rappresenta la condizione preliminare sia per una azione efficace sulla tutela e difesa dei diritti del consumatore, sia per una azione e lotta di orientamento sulle tendenze e dinamiche stesse del consumo, cioè, in definitiva sulle politiche del consumo. Tutela del consumatore, orientamento del consumo, associazionismo dei consumatori, rappresentano i tre caratteri di fondo, le tre pietre angolari di una associazione di consumatori, per come va correttamente concepita, rifiutando e superando sia la concezione del consumatore-cliente, sia la concezione del consumatore-atomo, che sono quelle che la realtà spontaneamente ci offre.

 

La stessa parola ”consumatore”, utilizzata negli studi di marketing, riflette una immagine inadeguata della esperienza del consumare, e appare segnata da un duplice equivoco: che esista cioè un individuo isolabile in una funzione, e che l’azione del consumare sia comprensibile al di fuori dell’insieme delle azioni che segnano la vita quotidiana, individuale ed associata.

 

Consumo

L’atto del consumo, specie nelle moderne società opulente, come sostiene l’antropologa Mary Douglas, non solo delinea un preciso codice di comportamento e di comunicazione sociale, ma si configura come una scelta che riguarda il tipo di società in cui vivere: gli abiti che indossiamo, il cibo che mangiamo, i libri e i divertimenti che acquistiamo, altro non sono che opzioni che esprimono la preferenza di un determinato modello di società. Il codice di scelta dei consumi è un linguaggio che comunica e manifesta propensioni, idee, valori. Il consumo diviene, in una società opulenta, il luogo delle differenze, del senso, della produzione di valori. I consumi inoltre configurano il segno dei mutamenti sociali e, tendenzialmente, non solo li accompagnano, ma in una certa misura li producono, li diffondono e li generalizzano.

 

Il consumo rappresenta il luogo in cui si esprimono desideri e progetti, momenti attraverso cui si costruisce l’identità individuale e collettiva, identità che nella sfera della produzione non trova, inevitabilmente, spazi sufficienti per esprimersi e realizzarsi.

 

In definitiva, il consumo si configura come una pratica sociale, al tempo stesso espressiva e costitutiva della identità individuale e collettiva.

 

Il consumo (e i suoi caratteri) è prodotto e, a sua volta produce e segna, i grandi passaggi e contesti della modernizzazione: dal capitalismo del laissez-faire, al capitalismo keynesiano, alla terza marca di capitalismo, come la definisce Manuel Castells, il capitalismo informazionale. Il tratto dominante che sembra caratterizzare questa terza marca di capitalismo può essere definito da una sempre più accentuata personalizzazione del consumo. Il processo di personalizzazione del consumo assume tratti tanto marcati rispetto ai precedenti momenti storici, che Zygmunt Bauman - il teorico della modernità liquida - definisce l’attuale società come la Società dei consumatori: dalla modernità solida del capitalismo pesante – sostiene Bauman - si passa alla modernità liquida del capitalismo leggero; dalla società dei produttori, con la sua etica del lavoro, si passa alla società dei consumatori,con la sua estetica del consumo. Un’altra caratteristica che assume il consumo in tale epoca può essere espresso ricorrendo icasticamente, ad una immagine: come le materie prime, simbolo della prima modernità erano l’acciaio e il cemento che esprimevano la volontà di durata, la materia prima che meglio simbolizza la condizione presente è rappresentata dalla plastica, biodegradabile, sostituibile. Il ciclo di vita dei prodotti è sempre più breve e determinato.

 

All’interno di un plausibile futuro scenario, dominato - per riprendere l’antropologo Marc Augè - da tre eccessi - sovrabbondanza di avvenimenti, sovrabbondanza di spazi, sovrabbondanza di oggetti - e dove la persistenza delle diseguaglianze sociali è in parte nascosta dalla crescita di un benessere diffuso, è possibile disegnare una specie di cartografia politica dei consumi, individuando tre grandi tipologie: consumi di cittadinanza, consumi pubblici, consumi di apprendimento, al di fuori degli estremi del lusso esclusivo e della sopravvivenza.

 

I consumi di cittadinanza sono quei consumi che segnano l’inclusione o l’esclusione sociale sul piano materiale come su quello simbolico; basta pensare al modo in cui cambia la società del dopoguerra con l’introduzione degli elettrodomestici e della televisione. Alcuni beni, infatti, sono elementi materiali attraverso cui si produce e si struttura lo spazio sociale, in un dato momento storico, determinando le linee di frattura e di separazione o di congiunzione tra i diversi strati e classi sociali.

 

I consumi pubblici rappresentano la communitas, la comunanza di tradizioni e diritti, il luogo della eguaglianza e della fraternitè; i consumi pubblici sono il cuore dei consumi sociali, la casa di tutto il popolo. Alcuni beni (la terra, l’acqua, le reti di comunicazione e così via) acquistano inoltre significati emblematici tali da oltrepassare persino il semplice dato di utilità e trasfigurarsi in simbolizzazioni storico-politiche.

 

I consumi di apprendimento,infine: quanto impariamo consumando e quanto consumiamo per imparare? Nel tempo della tecnologizzazione della vita quotidiana la dimensione dell’apprendimento attraverso il consumo assume una portata assolutamente inedita, sconosciuta in ogni altra epoca storica. Tali consumi assumeranno sempre più un crescente valore strategico, essendo già e diventando sempre più intrinsecamente connessi allo sviluppo delle capacità individuali e collettive. Nell’apprendimento, infatti, si gioca la partita decisiva della inclusione sociale proprio perché l’esclusione si produce per un difetto di capacità, come sostiene giustamente Amartya Sen, e su tale processo di capacitazione, sui suoi elementi costitutivi, emergeranno necessariamente nuovi consumi e nuovi conflitti. Necessariamente dato il loro valore di discrimine, tali consumi diventeranno sempre più il campo di battaglia, su cui si deciderà il profilo più o meno egualitario delle nostre società.

 

Esclusione e accesso sono storicamente i due poli attorno ai quali si è organizzato il discorso sociale sul consumo; il fenomeno del consumo emerge progressivamente con lo svilupparsi della società di massa e, proprio in tale contesto, il consumo inizia ad assumere un ruolo centrale sia come fattore di sviluppo e di libertà che come meccanismo di integrazione sociale. Celebre la battuta di Henry Ford sul libero acquisto dell’auto purché nera. Le tre tipologie di consumo investono oggi nuovi ambiti (si pensi all’istruzione, ai servizi alla persona e altro). Il profilo sociale di un movimento consumerista socialmente ispirato, sarà determinato dalla doppia capacità, nel nuovo scenario, di essere allo stesso tempo, un efficace strumento sia di tutela del consumatore versus il potere di mercato delle impresa, sia di orientamento del consumo versus il potere della produzione, mettendo a tema - fino ad ora proposto solo a tratti - la grande questione del cosa e del come consumare.

 

Tale doppia strategia, per poter essere efficacemente perseguita, ha bisogno di una grande offensiva culturale delle associazioni consumeriste, in grado di creare lo spazio politico necessario alla doppia iniziativa quotidiana. Senza la conquista di un tale spazio politico, l’azione delle forze consumeriste tende a ridursi inevitabilmente a semplice vertenzialità – una specie di lavoro di Sisifo, routinario e insieme di grande infermeria sociale - sulle distorsioni e disfunzioni e ferite che la realtà del mercato, nel suo procedere, naturalmente produce. Tale offensiva culturale ruota, in definitiva, attorno essenzialmente a due concetti: alla idea di mercato e all’idea del rapporto tra produzione e consumo.

 

Idea di mercato

In questi decenni - i decenni del liberismo trionfante - ha preso piede fino a diventare un articolo di fede, un’idea di mercato come meccanismo capace, in sé, spontaneamente ed automaticamente, di autocorrezione, di autoregolazione. Il mercato - si sosteneva - è la lancia che ferisce, ma è anche la lancia che guarisce. La grande crisi che stiamo vivendo ha provveduto a dimostrare che tale idea è soltanto un’astrazione, un mito ideologico. Si dice che i popoli conoscono la geografia attraverso le guerre, l’economia attraverso le crisi; ma i miti possono restare in piedi, se non vengono abbattuti e razionalmente sostituiti, facendo valere le dure lezioni della storia. Il mercato che si autoregola, come dimostra l’attuale crisi, significa il luogo della manipolazione e della speculazione, della disuguaglianza e della esclusione sociale, della distruzione di ricchezza: non un ottimo servo, ma un pessimo padrone, per dirla con l’arguto arcivescovo di Canterbury.

 

Il mercato va concepito, all’opposto, come sosteneva il grande storico Fernand Braudel,come una istituzione sociale, la cui vita, in evoluzione continua, è scandita dallo scontro e dall’incontro tra forze e dalla definizione di regole,a loro volta dipendenti di tali confronti e conflitti.

 

Il mercato come istituzione sociale ed il cittadino - come insegnava Alfred Marshall - come soggetto ben informato rappresentano i pilastri della autonomia teorica, concettuale di una organizzazione consumerista, lo spazio all’interno del quale costruire un proprio rapporto di forza,ancorato ad una propria visione sociale.

 

Consumo/Produzione

Storicamente, il consumo è sempre stato rigidamente subordinato alla produzione; la decisione che conta è quella del produttore; nella teoria economica tale subordinazione ha trovato la sua formulazione più ferrea nella cosiddetta legge di Say, secondo cui è l’offerta che crea sempre la propria domanda, ricorrendo anche a pratiche manipolatorie. Chi non ricorda un classico come I persuasori occulti di Vance Packard?

 

Con il passaggio dai consumi necessari ai consumi più complessi -distinzione desunta dalla cosiddetta legge di Engel - si affermano due fenomeni nuovi, su cui è necessario soffermare l’analisi, perché ricchi di straordinarie implicazioni:

a) l’accorciamento del ciclo di vita delle merci alimenta una crescita esponenziale di rifiuti, di macerie, di rovine (come le chiama Tomàs Maldonado): da una parte la vita breve delle merci, dall’altra la vita lunga delle rovine;

b) la rivoluzione digitale e lo sviluppo dei suoi due attributi fondamentali: la pervasività, cioè l’applicabilità delle nuove tecnologie a sfere finora sconosciute della condizione umana, e la flessibilità inedita della produzione. L’effetto combinato di tali fenomeni è tale da modificare sempre più in profondità il rapporto di subordinazione tra produzione e consumo, fino a sconvolgere la relazione, su cui siamo storicamente cresciuti tra tempo di lavoro, tempo di consumo, tempo libero.

 

La vecchia sequenza produzione-distribuzione-consumo da gerarchica diventa ogni giorno sempre più circolare. Quello che è stato nella storia passata fondamentalmente una conseguenza, il consumo, può a sua volta diventare causa, determinare le scelte produttive. Forse siamo entrati, senza averlo pienamente concettualizzato, o meglio forse, stiamo entrando in una epoca nuova, epoca in cui si stanno avverando alcune intuizioni dell’economista Claudio Napoleoni. In anni ormai lontani, Napoleoni invitava il movimento operaio ad uscire da una specie di pregiudizio produzionista e a vedere il ruolo essenziale che svolge il consumo nel determinare comportamenti, scelte, identità, sia individuali sia collettive. Non più soltanto lavora e spendi, cosa e come produci - diceva Napoleoni - ma anche cosa e come consumi, e quindi quale azione sviluppare, quali forze organizzare e mettere in campo, e quali relazioni di socializzazione costruire partendo dalla nuova complessità dell’essere sociale.

 

Fare emergere, orientare la domanda sociale, sviluppare le varie forme di tutela dei consumatori, espandere i nuovi bisogni sociali: il movimento consumerista ha davanti a sé tale sfida, e può affrontarla con ragioni assolutamente inedite, e una forza acquistata in questi anni sul campo.

 

 

 1.3. Una nuova semantica del consumo. Beni relazionali, Beni privati, Beni comuni (2012

 

Nel grande dibattito sulle questioni aperte dalla crisi, forse per la prima volta, al tema del come e cosa produrre, si affianca anche il tema del come e cosa consumare. Nelle versioni più varie: dalla necessità di un consumo “austero”, antitetico allo spreco consumistico, alla teorizzazione della necessità di beni nuovi e sostitutivi.

 

Probabilmente, ciò è dovuto al crescere della consapevolezza circa la natura della crisi in corso, crisi che almeno in Occidente, ha assunto il carattere di una crisi da eccesso di capacità produttiva. Un eccesso di capacità è impossibile colmarlo soltanto con una semplice riattivazione della domanda, ma richiede una profonda ristrutturazione sia della offerta che della domanda, cioè in termini più semplici, del modello di sviluppo nella sua globalità, sia dal lato dell’ offerta sia dal lato della domanda.

 

L’esperienza concreta dimostra infatti che senza individuare nuovi beni da produrre, sinteticamente una nuova domanda, la dinamica degli investimenti tende al ristagno, pur in presenza di una politica monetaria e fiscale particolarmente espansiva.

 

Da molte parti, tuttavia, tende a permanere l’illusione pseudo keynesiana, che sia sufficiente anche una semplice redistribuzione del reddito per riavviare lo sviluppo della macchina produttiva; ma, al di là anche di sacrosante ragioni di equità distributiva, la profondità della crisi esclude l’efficacia, se non puramente momentanea, di una tale misura.

 

Fa il paio con tale illusione anche quella di pensare che, senza un intervento pubblico diretto - lo Stato imprenditore e non solo regolatore - senza cioè, keynesianamente, una socializzazione delle decisioni principali di investimento, si possa riavviare una dinamica positiva dello stesso processo di investimento.

 

Se la fase della crisi in cui progressivamente stiamo entrando, quello cioè di una necessaria ridefinizione dell’insieme del modello di sviluppo - Keynes preconizzava negli anni trenta che, ad un certo punto, l’evoluzione della crisi avrebbe proposto/imposto la questione politicamente suprema della socializzazione dell’investimento, sancta sanctorum del sistema capitalistico - il tema del modello di consumo a cui finalizzare sia le politiche distributive sia le scelte produttive, diventa il tema discriminante per una sinistra che voglia rovesciare, anche per questa via, la subordinazione totale che il capitalismo nella fase liberista ha impresso al rapporto, per dirla sinteticamente, mercato/politica, o meglio ancora, di affidare allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli alla piena autoregolazione del mercato.

 

Un nuovo modello di consumo come parte essenziale della tematizzazione di un nuovo modello di sviluppo, apre inoltre al movimento consumerista, in grande crescita, una occasione straordinaria per consolidare e sviluppare una presenza profonda e duratura nella vita della società italiana; presenza non semplicemente ridotta, come in gran parte è avvenuto fino ad oggi, alla sua azione concentrata principalmente sulle disfunzioni del mercato, ma capace di affrontare il nodo del modello di consumo. Ma ciò diventa possibile solo se il movimento consumerista pone al centro, l’espansione dei bisogni di vita collettiva come strategia di sviluppo.

 

Il salto a cui è chiamato il movimento consumerista si configura dunque come particolarmente innovativo: e la crisi prospetta una occasione storica.

 

L’alternativa utopica al capitalismo ha avuto storicamente come riferimento esclusivo il lavoro salariato e, come obiettivo il controllo, attraverso la conquista del potere, dei mezzi di produzione; il tema della produzione ha dominato totalmente la scena, relegando il tema del consumo ad una semplice conseguenza delle scelte produttive, alla classica intendenza.

 

Il nuovo riferimento, l’espansione dei bisogni di vita collettiva, cioè di una socialità collettiva a cui funzionalizzare lo sviluppo delle forze produttive e in grado di ridurre progressivamente il lavoro necessario, può diventare un terreno su cui le forze consumeriste possono assurgere a un ruolo protagonista e politicamente strategico, e non di semplice vertenzialità sociale.

 

Tale nodo, per essere affrontato, implica un lavoro particolarmente impegnato per dare un ordine al discorso sul Consumo, andando oltre la facile dicotomia tra consumo di lusso e consumo di sopravvivenza, fino a prospettare un rovesciamento d’importanza del tempo di consumo rispetto al tempo di lavoro, rovesciamento reso ormai possibile dalle attuali potenzialità messe a disposizione dalla rivoluzione tecnologica.

 

Avviare una riflessione su una nuova semantica del consumo diventa necessario proprio come precondizione della definizione di una politica che voglia affrontare il tema del modello di consumo, almeno per due ragioni di fondo: da una parte, demistificare la ideologia del cittadino- consumatore come soggetto passivo, diffusa a piene mani e diventata quasi luogo comune e di cui la pubblicità è il suo corollario conseguente; dall’altro, superare una visione elementare del consumo, ridotto al semplice dualismo tra consumo di lusso e consumo di sopravvivenza.

 

L’atto del consumo, sostiene motivatamente l’antropologa Mary Douglas, non solo rimanda a un preciso codice di comportamento e di comunicazione sociale, ma si configura come una scelta che riguarda il tipo di società in cui vivere, un atto in cui si esprime e attraverso cui si forma il carattere e l’identità dell’individuo del nostro tempo.

 

I beni che quotidianamente consumiamo, possono essere distinti in tre grandi famiglie: beni privati, beni comuni, beni relazionali.

 

La distinzione è importante sia perché tale distinzione è proposta a partire da un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, sia perché ognuno di questi tre beni ha una sua specificità, una sua vita, un suo particolare ”modo di produzione”. La distinzione ci permette inoltre di sottrarci alla dittatura di quella che Walter Benjamin chiamava “teologia economica”, che ha nell’homo oeconomicus il suo archetipo concettuale.

 

Il fundamentum divisionis tra questi beni ha anche una sua intrinseca valenza politica proprio perché rimanda al modo in cui ognuno di questi beni viene prodotto e consumato.

 

Tale fondamento rappresenta in definitiva l’identità culturale e politica.

 

Il principio distintivo di queste tipologie di beni regge l’autonomia culturale e politica delle tre configurazioni economico-sociali, in specie dei beni pubblici e del terzo settore.

 

I beni privati, come si sa, sono prodotti secondo la logica del profitto, la vita del bene è regolata dalla legge della domanda e dell’offerta, il prezzo misura i termini dello scambio: uno scambio tra equivalenti,dicono gli economisti; uno scambio senza mutualità, dice Paul Ricoeur.

 

L’impresa capitalistica rappresenta il meccanismo, ordinato gerarchicamente, attraverso il quale i beni privati vengono prodotti.

 

I beni comuni, come li definisce Stefano Rodotà, sono ”quei beni funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati, sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo. A titolarità diffusa. A fruizione collettiva. A gestione socialmente partecipata.” Proprio la dimensione collettiva porta non tanto al di là della dimensione proprietaria, ma ”all’opposto della proprietà”; il bene comune trova riferimento nell’articolo 43 della Costituzione.

 

Si può dire che il 2011, con la vittoria dei referendum, sia stato l’anno della affermazione dei Beni comuni, della affermazione popolare di una idea destinata ad incidere sempre di più nell’agenda politica futura.

 

Solo di recente i beni relazionali sono assurti alla categoria di tertium genus. È stata Martha Nussbaum la prima a teorizzarne la natura, sulla scorta del pensiero di Aristotele; ma è con la riflessione in particolare di Pierpaolo Donati che i beni relazionali hanno acquistato un profilo sempre più definito.

 

I beni relazionali appartengono ad una terza famiglia di beni; per spiegarne il “modo di produzione” può tornare utile l’immagine degli assi cartesiani, presa in prestito dallo stesso Paul Ricoeur: sulla ascissa la gratuità, l’agape; sull’ordinata la reciprocità, la cooperazione, la philia. La reciprocità configura non uno scambio fra equivalenti, ma un giusto bilanciamento tra valori d’uso. Nella Banca del Tempo, per esemplificare, un’ora di tempo ha un valore uguale per tutte le attività scambiate.

 

Il bene relazionale si colloca all’incrocio dei due assi cartesiani e, proprio perciò, l’aspetto relazionale è costitutivo - variamente - della produzione dello stesso bene relazionale. Variamente, perché vario può essere il punto in cui concretamente si realizza l’incrocio tra i due assi. I beni relazionali, sostiene Donati, non hanno equivalenti monetari e non sono soggetti alle leggi dei mercati: sono gli stessi individui che lo producono e lo fruiscono assieme.

 

Una constatazione empirica ci dice che i beni relazionali sono in grande crescita nelle nostre società postfordiste; come ci dice che la coesione sociale di una comunità poggia prevalentemente sulla estensione e sulla qualità dei beni relazionali e dei beni comuni.

 

L’altruismo, come ci ricorda Amartya Sen, ha anche un valore economico.

 

Il paradosso evidenziato dall’attuale Crisi, saturazione dei beni privati, grande domanda dei beni pubblici e dei beni relazionali, indica la traiettoria di una ricerca da approfondire e sviluppare per costruire un nuovo modello di consumo.

 

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2.      Beni comuni:Acqua come caso emblematico

 

2.1. Acqua bene comune

I prossimi referendum si prospettano come una occasione formidabile per definire, attraverso una consapevole partecipazione democratica, gli orientamenti popolari su due questioni basilari di un nuovo modello di sviluppo: l’acqua e l’energia. Tra i tre referendum, inoltre, quello sull’acqua, bene comune, propone tre questioni, su cui può essere particolarmente produttivo sviluppare una riflessione approfondita per implicazioni di diverso ordine: merito economico-sociale, merito politico, soggetto promotore .

 

Il soggetto promotore

Partendo da quest’ultimo, il Comitato Promotore rappresenta nel panorama nazionale una novità degna di essere sottolineata. Il Comitato non è emanazione di nessun partito, ma rappresenta un insieme, una rete di organizzazioni sociali e territoriali estesissima, plurale, orizzontale, una rete formidabile di presenze ed energie; questa modalità di organizzazione spiega, almeno in parte, anche il successo nella raccolta delle firme, il più alto numero mai raccolto. Una forma di organizzazione, che richiama alla memoria le antiche Camere del lavoro di tradizione latina, una rete aperta di singolarità autonome ed eguali, radicata nelle realtà territoriali, che avrà probabilmente un suo seguito anche nelle lotte future, territoriali e nazionali. Al di là di come andrà il referendum. Una  coalizione quindi di comitati territoriali e di organizzazioni sociali che, attorno al tema dell’acqua bene comune, è stata capace di esprimere una nuova soggettività sociale, assumendo progressivamente il carattere e il connotato di un inedito movimento sociale.

 

Il merito economico-sociale

Non c’è acqua per tutti nel mondo; sembra impossibile eppure è così. Secondo le stime dell’ONU nel 2025 due terzi della popolazione mondiale avranno moderati o gravi problemi di disponibilità d’acqua. Già oggi le cifre non scherzano: un miliardo e 200 milioni di persone non dispongono di acqua potabile, e per vivere, sono costrette a raccoglierla da pozzanghere o da fiumi inquinati. Ci troviamo, perciò, a fronteggiare una situazione drammatica, a cui nessuno però è riuscito a dare il giusto peso. Al contrario di altri problemi (quali l’effetto serra, l’inquinamento atmosferico, il cambiamento del clima), la carenza idrica non ha le stesse conseguenze ogni giorno, in qualunque angolo del globo. È forse per questo che sentiamo questo problema come distante da noi e non riusciamo realmente e capirne la portata. Eppure i problemi legati all’acqua sono tanti e spaziano in diversi ambiti, da quello ambientale a quello politico, da quello economico a quello sociale.

 

La nostra società sta chiedendo più acqua di quanto la Terra possa offrirci. Se dovessimo garantire a tutti i suoi abitanti un uguale livello di consumo, si supererebbe oggi del 20% la quantità di rifornimenti disponibili. E se i consumi continuassero a crescere a ritmi odierni il deficit idrico sarebbe del 56% nel 2025. Come affermare che la metà del mondo sarebbe senz’acqua. La commissione mondiale dell’acqua ha fissato a 40 litri il diritto minimo quotidiano all’acqua (in realtà, per poter parlare di condizioni di vita accettabili ne occorrono non meno di 50 litri al giorno). Con 40 litri in Italia, si fa una doccia; con la stessa quantità in Madagascar, si può sopravvivere quattro giorni e più. In ventinove paesi il 65% della popolazione è al disotto del fabbisogno idrico vitale. Ora come ora però, non sono solo i Paesi in via di sviluppo a dover fare i conti con  questa  emergenza: anche gli altri stati considerati ricchi si trovano da qualche tempo a dover far fronte al razionamento dell’acqua e alla sua mancanza: è il caso dell’Inghilterra, della Spagna e dell’Italia. Il nostro paese vive in una situazione per certi versi contraddittoria: è il paese che consuma più acqua in Europa. La disponibilità media giornaliera è di 300 litri. Ma bisogna anche tener conto del fatto che otto milioni di italiani (soprattutto nel Mezzogiorno) per tre mesi l’anno sono sotto il fabbisogno idrico minimo. Colpa di una rete d’acquedotti, dove l’età media delle tubature è di trent’anni, nei cui meandri si disperde un terzo dell’acqua potabile disponibile nel nostro paese; ma anche di una cattiva gestione delle nostre risorse idriche. La maggior parte dell’acqua utilizzabile per le attività umane è impiegata per usi agricoli, e l’Italia in questo non fa eccezione. Per poter realmente far fronte a questo problema è dunque necessario un miglioramento nella gestione dell’acqua ma, prima di tutto, una presa di coscienza collettiva della sua importanza.

 

Secondo la ricerca Water footprints of nations (2007), ogni italiano consuma in media 2.332 metri cubi d’acqua l’anno (equivalenti a 2 milioni e 332 mila litri). Sul nostro livello sono anche Spagna e Grecia. Davanti ci sono solo gli Stati Uniti (2.423 metri cubi). La media mondiale è di 1.243, mentre nelle maggior parte dei paesi poveri i consumi scendono sotto i mille metri cubi. Ma oltre il consumo reale gli esperti parlano di “acqua virtuale”, quella cioè nascosta nei cibi, nei vestiti, nei servizi. Ogni italiano usa in media 215 litri di acqua al giorno per bere e per lavarsi. Il valore più alto al mondo dopo quello degli Stati Uniti. E solo il 30% di quell’acqua proviene da risorse italiane. La gran parte ( 70%) arriva dall’estero, incorporata nei prodotti che viaggiano sulle rotte del commercio internazionale. Il nostro Paese è il quinto importatore d’acqua del pianeta.

 

Paesi

Produzione

litri

Consumi individuali

Vetro

%

PET

%

Italia

10.650

172

22

77

Germania

8.096

104

75

24

Francia

6.506

137

20

80

Spagna

3.487

104

10

89

Belgio

1.307

128

21

61

Austria

642

85

48

52

Svizzera

527

106

23

73

 

Almeno il 50% degli italiani si difende dal timore di bere dell’acqua di cattiva qualità comprando l’acqua in bottiglia e adoperando quella del rubinetto solo per usi domestici. Di fatto le acque minerali non sono poi tanto diverse da quelle degli acquedotti comunali, se non per un particolare: costano in media 330 volte di più. Ma questo non sembra fermare il fiume d’acqua da quasi 12 miliardi d’euro che scorre in Italia ogni anno, un fiume sotto forma di bottiglie di vetro, ma soprattutto di plastica. Dalla sorgente ai supermercati, lungo le autostrade. Considerando il volume complessivo, l’Italia è il quinto maggior consumatore d’acqua in bottiglia al mondo. Se si passa al consumo pro-capite siamo al terzo posto dopo Emirati Arabi e Messico e al primo posto in Europa. Ma quanto costa in termini di inquinamento, la diffidenza verso il rubinetto? Legambiente ha dato una risposta a questa domanda nel dossier un paese in bottiglia. Il rapporto cita un dato fornito da Mineracqua, associazione delle imprese di acque minerali: per produrre le bottiglie di plastica messe in commercio nel 2006 sono state utilizzate 350 mila tonnellate di Pet, plastica per alimenti (per produrre un kg di Pet  servono poco meno di 2kg di petrolio). Legambiente stima che ci sia stato un consumo di 665 mila tonnellate di petrolio e un’emissione di gas serra complessiva di circa 910 mila tonnellate.

 

La legge italiana sancisce che l’acqua è un bene pubblico e deve essere governato e utilizzato secondo i principi della solidarietà e del risparmio idrico, garantendo prioritariamente l’uso umano, quindi quello agricolo e poi quello industriale. Circa il 60% delle risorse oggi disponibili è destinata a colmare il fabbisogno dell’agricoltura, il 20% soddisfa gli usi civili e il rimante 20% è impiegato nell’industria. La ripartizione dei consumi per area geografica e settore evidenzia nelle regioni del Nord-Ovest la quota più significativa dei prelievi delle risorse, pari al 39%, con particolare riferimento agli usi industriali e agricoli, rispettivamente pari al 44% e al 41% del totale nazionale. Particolarmente contenuto il consumo agricolo nelle regioni centrali, mentre si presenta dominante nelle regioni meridionali e delle isole maggiori. Il 40% dell’acqua per irrigazione si perde lungo le tubazioni dalle sorgenti, dagli invasi alle prese e agli idranti, inoltre il riciclo e il riutilizzo dell’acqua in Italia non sono praticati.

 

Prelievi annui d’acqua dolce in Italia

Area geografica

Civili %

Industriali %

Irrigui %

Totale %

Nord Ovest

6

8

20

39

Nord Est

4

4

13

27

Centro

4

4

2

10

Sud

4

2

9

15

Isole

1

3

5

9

Italia

19

21

49

100

Fonti della ricerca: Protezione civile, Green Cross Italia, Regione Valle d’Aosta.

Tra il 1993 e il 2001, 117 milioni di azioni pubbliche sono state vendute al mercato. Tra  queste vi sono aziende municipalizzate attive nella gestione di servizi idrici quali ACEA, AEM, AMGA. La completa privatizzazione delle società di gestione di acqua, energia e gas, tuttavia non è stata ancora compiuta, in alcuni casi per la resistenza di cittadini e di consumatori.

 

Storicamente, la proprietà e la gestione dei servizi idrici urbani in Italia si sono caratterizzate secondo tendenze simili a quelle degli altri paesi europei, basate su politiche comunali che risalgono alla fine del 19° secolo.

 

Nel 1880 furono realizzate le prime imprese comunali italiane, incaricate della gestione del servizio idrico nella maggioranza delle provincie italiane.

 

Per tutto il XX secolo, benché il settore privato partecipasse in qualche misura nella gestione dei servizi idrici, il ruolo del settore pubblico rimase dominante.

 

Alla fine degli anni ’80 il settore privato gestiva non più del 4.5% dell’intero settore. Se la storia europea sembra aver influito sui modelli di proprietà dei servizi idrici italiani, la distribuzione territoriale delle aziende idriche e le loro dimensioni non possono che essere ricondotte alla storia italiana caratterizzata dalla tarda formazione dello stato nazionale e da un forte localismo politico. Di qui la frammentarietà caratteristica dell’industria idrica italiana (8.000 aziende idriche nel 1994). Le conseguenze di questo quadro sono ancora visibili nel sistema idrico italiano e sono una delle cause dell’alta disparità in termini di qualità del servizio fra nord e sud del paese.

 

L’Italia ha una fisionomia geologica molto differenziata e anche se la disponibilità di acqua è mediamente maggiore che in altre parti di Europa, grandi sono le differenze all’interno del paese. Come risultato, un italiano su tre non ha accesso a una quantità sufficiente di acqua potabile, anche se l’Italia ha il tasso di consumo pro capite domestico di acqua più alto fra i paesi dell’Unione Europea. La mancanza di un accesso garantito all’acqua è un problema per molti abitanti del sud e delle isole dove in alcune zone è garantita soltanto alcuni giorni della settimana e a volte soltanto per alcune ore.

 

Il settore idrico, negli ultimi vent’anni, ha vissuto cambiamenti considerevoli, in particolare con la legge Galli del 1994. Essa ha ratificato alcuni principi essenziali, ovvero che l’acqua è un bene pubblico, che deve essere protetta per  garantire i diritti delle generazioni future e che il consumo domestico ha priorità sul consumo agricolo. La legge Galli ha introdotto due importanti cambiamenti istituzionali: in primo luogo la creazione dei SII ( Sistema Idrico Integrato), incaricati di tutte le funzioni di gestione delle acque; in secondo luogo, la formazione in ogni regione degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), organi territoriali incaricati della gestione del servizio idrico integrato. Gli ATO includono solitamente più comuni e provincie.

 

Conseguentemente alla ratifica della legge sono stati aggiunti diversi emendamenti che hanno contribuito a creare un quadro di insieme assai confuso. La legge finanziaria del 2002 ha imposto la privatizzazione totale dei servizi pubblici locali, col risultato che le aziende municipalizzate italiane non sarebbero sopravvissute alla riforma. Questo provvedimento ha incontrato opposizioni a molteplici livelli. L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ne ha chiesto la cancellazione e molte regioni (Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Basilicata e Campania) hanno contestato la costituzionalità della legge. La Commissione Europea  ha inviato una lettera al Governo italiano - la lettera n.1999/2184 C(2002)2329 - aprendo la fase preliminare di una procedura di infrazione in cui contestava al Presidente del Consiglio i casi di affidamento diretto. Due anni dopo la legge finanziaria del 2004 ha restituito ai comuni la possibilità di mantenere il servizio idrico pubblico contraddicendo la legge finanziaria del 2002 e la conseguente privatizzazione forzata dei servizi pubblici.

 

Da un punto di vista teorico la legge Galli rappresenta uno dei rari tentativi di riformare di il sistema idrico italiano. Al fine di migliorare il funzionamento politico ed economico, sono state introdotte alcune disposizioni volte a separare i ruoli fra i soggetti responsabili della progettazione e regolazione del servizio, da una parte, e la gestione operativa dall’altra. Questo era necessario per ridurre la “commistione” tra partiti  politici e gestione dei servizi pubblici che, negli anni ’80 aveva raggiunto livelli elevati. La grave inefficienza che il sistema idrico italiano si trova ad affrontare oggi è dovuta, almeno in parte, all’insoddisfacente ruolo che ha giocato storicamente il settore pubblico e alla corruzione che spesso l’ha caratterizzato. Il malaffare statale, storicamente endemico in Italia , ha trovato nuova linfa negli anni ’80.

 

Questo regime di illegalità venne pubblicamente alla luce nel 1992, con l’inchiesta “mani pulite”, che denunciò quel sistema di corruzione diffusa conosciuto come Tangentopoli. Il fenomeno Tangentopoli ha contribuito alla diffusione della convinzione che l’apertura al privato nella gestione dei servizi pubblici fosse necessaria per evitare la corruzione e aumentare l’efficienza del sistema. A seguito dell’inchiesta “Mani Pulite” il passaggio alla privatizzazione si è svolto in un clima emozionale favorevole, e quasi a sancire il principio che il privato fosse sinonimo di efficienza.

 

La gestione dei servizi idrici si è così aperta alle aziende private e con la progressiva messa in atto della legge Galli le autorità locali hanno via via delegato tali servizi ai privati. D’altra parte, sostenere che la trasparenza nel servizio pubblico sia stata finora un fattore trascurato non implica sostenere che la gestione privata sia automaticamente migliore. Al contrario, i servizi privatizzati non solo non riducono la corruzione, ma suscitano diversi interrogativi sulle conseguenze che essi hanno sul piano sociale e ambientale. L’enfasi sulla necessità di incrementare le tariffe, senza le necessarie misure sociali, può trasformarsi in un pericolo reale per i meno abbienti.

 

Poiché la privatizzazione delle aziende idriche è un fenomeno molto recente, molto frammentato al proprio interno e nelle diverse zone del paese, è tutt’oggi difficile disegnare un quadro completo del fenomeno.

 

La privatizzazione prende infatti forme diverse e spesso ci si trova di fronte a un partenariato tra il settore pubblico e il settore privato, sapendo bene che la forza che decide è quella di chi ha in mano la gestione. Tuttavia ci sono alcuni dati disponibili, particolarmente per regioni quali Toscana, Abruzzo, Campania e Lazio. Qui i cittadini hanno espresso le loro contrarietà, visto i pessimi risultati del settore idrico privato, tanto sul piano ambientale quanto su quello sociale. Una delle regioni che sta procedendo in maniera più spedita nella strada per la privatizzazione è la Toscana. In quasi tutta la regione la multinazionale francese Suez-Lyonnaise des Eaux, attraverso propri partners quali Acea, possiede una parte considerevole (40-45%) nella gestione dei servizi idrici.             Secondo il “Tavolo Toscano dell’Acqua”, la privatizzazione (sotto la forma del partenariato pubblico-privato) sta avendo risultati negativi riassumibili in: aumento delle tariffe, peggioramento della qualità dell’acqua per consumo domestico, peggioramento del servizio. In particolare: nell’ATO2 (Basso Valdarno) le tariffe sono aumentate mediamente del 24% e del 120% in alcuni comuni. Nell’ATO3 (Medio Valdarno) hanno raggiunto picchi mai visti in parecchi comuni. Nell’ATO4 (Alto Valdarno-Arezzo) le tariffe sono di gran lunga superiori a quelle delle vicine Marche, dove i servizi idrici sono gestiti sono gestiti dall’azienda pubblica Consorzio Idrico Intercomunale del Piceno. Oggi ogni utente deve pagare come tariffa minima, l’equivalente di 100 mc d’acqua all’anno. Anche se l’utente usa meno acqua, deve pagare come tariffa minima l’equivalente di 100 mc d’acqua all’anno, al di là del consumo reale.

 

Anche nel Lazio i cittadini si sono trovati a fronteggiare problemi relativi alla qualità dell’acqua. Nell’ATO4 (la cui gestione è stata affidata a privati nel 2004) per parecchi mesi l’acqua è stata contaminata dal virus della salmonella e dall’enterovirus nelle sorgenti di Capodacqua (Spigno Saturnia), Mozzoccolo (Formia), Fiumicello (Priverno). Queste sorgenti forniscono acqua a quasi 100.000 abitanti nel basso Lazio. Nel parco del Circeo il livello dell’acqua si è abbassato di quattro-cinque metri.

 

In queste regioni però, nonostante le tariffe siano aumentate costantemente, non c’è stato nessun investimento volto ad affrontare le questioni ambientali ma, al contrario, un aggravarsi della tendenza storica di danneggiamento ambientale e del peggioramento dello stato delle infrastrutture.

 

Dai ventisei ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti quattro colossi: l’ACEA di Roma che ha comprato l’acqua Toscana; l’AMGA di Genova che si è alleata con la SMAT di Torino e ha dato via all’IRIDE; la HERA di Bologna che cresce in tutta la Padania; la A2A nata dalla fusione dell’AEM milanese e dall’ASM bresciana. In tutte, una forte presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche e imprenditori italiani. Questo cartello è ora pronto a comprarsi tutto il mercato grazie all’articolo 23 bis del decreto legge n.112 del 25 giugno 2008. Infatti dietro a queste quattro aziende esiste lo stesso intreccio finanziario e lo stesso collegamento con i partiti, i quali hanno votato questa legge in perfetta unanimità.

 

Con l’acqua che diventa un pacchetto azionario c’è il rischio persino che un bene primario della nazione passi in mani altrui. In paesi come la Francia e la Svizzera, che pure sono la sede di molte multinazionali (Suez e Veolia o la Nestlè) che imbottigliano fonti italiane, l’acqua è protetta come fattore strategico e tenuta ben fuori dal mercato.

 

Sul territorio italiano sono nate numerose coalizioni in difesa dell’acqua pubblica. Seguendo i primi enunciati nel Manifesto dell’Acqua, in Toscana il forum dei movimenti per l’acqua  ha raccolto, per primo, 42.932 firme per richiedere una legge popolare di ripubblicizzazione dell’acqua.

 

La legge chiedeva di dichiarare l’acqua bene comune non privatizzabile e quindi delle forme di gestione private o di partenariato pubblico privato dal 1 agosto 2008, ma sia sotto il governo Prodi, sia sotto quello di Berlusconi non si è trovato un relatore, nemmeno di opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei cittadini così massicciamente espressa. Anzi, il parlamento, il 6 agosto 2008, ha approvato una norma (l’unica in Europa) che obbliga i Comuni a mettere le loro reti sul mercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano: è l’articolo 23 bis, legge 133 firmata da Tremonti. Non è solo una guerra per l’acqua, ma per la democrazia. Con il 23 bis i comuni perdono contemporaneamente una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il 23 bis è stato modificato dall’art. 15 del decreto 135/09 e convertito in legge dalla legge n.166 del 20 novembre 2009, ma i contenuti rimangono gli stessi.

 

Nei primi mesi del 2010, a partire dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, si è andata costituendo una vasta coalizione sociale (il costituendo Comitato Promotore) con il fine di promuovere  referendum abrogativi di tutte le norme che hanno privatizzato l'acqua in Italia: il 1° quesito richiede l'abrogazione dell'art. 23 bis Legge 133/08 e sue successive modifiche introdotte con l'Art. 15 del D.L. 135/2009; il 2° quesito richiede l'abrogazione dell'art. 150 del Decreto Ambientale 152/06; il 3° quesito richiede l'abrogazione della parte dell'art. 154 del Decreto Ambientale 152/06 relativa alla remunerazione del capitale investito.

 

In tre mesi tra il 22 aprile e il 19 luglio sono state raccolte 1.402.035 firme a sostegno dei tre quesiti. Un risultato assolutamente straordinario che fa di questa campagna referendaria quella che ha raccolto il maggior numero di firme nella storia del nostro Paese.

 

Il merito politico

Sinteticamente, con la campagna referendaria sull’acqua bene comune, la tematica dei beni comuni realizza un salto di qualità: la tematica dei beni comuni infatti propone un terreno straordinario di riflessione e di azione ad un arco esteso di forze che vogliono rifondare sul concetto di bene comune un nuovo modello di sviluppo, un nuovo ruolo del Pubblico, un nuovo modello di consumo: di fronte alla diffusa saturazione dei consumi privati nelle società dell’Occidente, cresce la consapevolezza e la necessità di spostare l’accento sulla espansione di consumi pubblici e sociali, che sono in grado proprio per la loro natura di svolgere una doppia funzione, di essere cioè  allo stesso tempo fattore di sviluppo e strumento di difesa degli strati  più deboli della popolazione.

 

L’acqua, bene comune, può  quindi diventare un primo progetto nazionale, in cui combinare natura e gestione pubblica del monopolio naturale acqua,  piano di investimenti di lungo periodo in grado di affrontare  la ristrutturazione e l’ammodernamento della rete idrica, utilità sociale collettiva di un bene strategico per la vita di una intera comunità.

 

Si può affermare che i movimenti sui beni comuni siano, ad oggi, oltre a tante reazioni difensive, la più forte e originale risposta, in termini di movimento sociale, alla grande crisi del liberismo, esplosa nell’agosto del 2007 e alle attuali politiche di austerità, adottate da tutte le classi dirigenti dell’Occidente, e di cui la trasformazione in merci di tanti beni comuni sembrano diventare il necessario corollario. Beni soggetti alla logica del mercato come tutti gli altri, beni da inserire   progressivamente, direbbe  Zygmunt Bauman, nel processo di valorizzazione del capitale.

 

Tali movimenti, non solo difensivi ma propositivi, hanno un comun denominatore politico: di fronte alla finanziarizzazione dell’economia, con il suo seguito di speculazione, di corruzione, di diseguaglianza e di crisi, riportare lo sviluppo alle sue ragioni sociali, e a nuove forme di controllo democratico e di partecipazione popolare le scelte di fondo. Il vicolo cieco a  cui  ha portato la crisi del liberismo, se non si vuol ripetere in peggio la storia recente, impone e propone come non mai la ricerca di un nuovo modello di sviluppo, di cui un nuovo modello di consumi è parte essenziale.

 

A fronte del fallimento storico a  cui hanno portato gli spiriti animali del  privatismo, che ha dominato la scena degli ultimi decenni, si apre la possibilità  concreta che un altro Occidente prenda la parola: l’Occidente che ha scoperto - nucleo centrale della eredità dell’Illuminismo - che nel corso della storia gli uomini si possono educare, e che per questa via possono incrementare la potenza del vivere e del pensare sia a livello individuale che a livello collettivo.

 

I due sì nel referendum sull’acqua, bene comune, possono aprire una nuova via.

 

2.2. Per un nuovo modello di sviluppo: il ciclo dell’acqua

Il Popolo dell’Acqua, dopo la vittoria al referendum, ritorna il 2 giugno prossimo a Piazza San Giovanni, per una grande manifestazione nazionale.

 

Il ciclo dell’acqua si pone oggi sempre più chiaramente all’incrocio di  tre grandi questioni: la questione di quali scelte di investimento è necessario assumere per uscire dalla crisi; la questione di come e chi decide sulla scelta in maniera democratica; infine, il profilo della natura pubblica della gestione, della cosiddetta ripubblicizzazione.

 

La vittoria al referendum consegna alle forze che hanno vinto un capitale strategico di enorme valore sul come e chi decide e, insieme, una grande influenza anche su come sciogliere i nodi rappresentati dalle altre due questioni.

 

Il pronunciamento  tramite referendum di una  grande maggioranza degli italiani  sull’acqua bene-comune, con tutte le implicazioni di ordine produttivo e sociale, rappresenta un fatto di metodo dalla valenza  straordinaria anche per la sua replicabilità.

 

Sulla prima delle due questioni. Le scelte di investimento rimandano a quale idea si ha della attuale crisi, se cioè l’attuale crisi, in definitiva, è dovuta ad una forma di superfetazione della speculazione finanziaria e, come tale, quindi superabile da una parte con una qualche forma di rilancio della domanda attuale e dall’altro di auto contenimento etico, direbbe Soros, dei peggiori istinti degli animals spirits.

 

Oppure, se la crisi è il prodotto di una sovraccapacità produttiva, frutto di scelte di investimento sbagliate -la marxiana anarchia della produzione – sovraccapacità, quindi, che per essere superata ha bisogno  prima di essere smaltita e soprattutto, poi, di essere sostituita  attraverso l’ideazione di un nuovo modello di sviluppo, cioè attraverso la creazione di nuovi beni da produrre e  di una nuova domanda da organizzare e mettere in campo. Sovraccapacità produttiva quindi come aspetto dominante e saturazione della attuale domanda di beni privati sembrano essere le caratteristiche di fondo della crisi attuale.

 

Tutti i dati infatti ci dicono che siamo di fronte alla seconda configurazione, almeno in Occidente. La dinamica degli investimenti infatti non riprende, pur e a fronte di una politica monetaria particolarmente espansiva e a saggi di interessi prossimi allo zero, proprio perché un rilancio produttivo non trova una corrispondente domanda solvibile.

 

Sulla seconda questione: la crisi induce, quasi per definizione, un ruolo interventista del pubblico, un ritorno classico dello Stato, perché è al pubblico, allo Stato che si chiede protezione e direzione, in tempi di grandi incertezze e sconvolgimenti; non certamente agli animals spirits, responsabili oltretutto della attuale situazione. Anche nel 1929, per stare alla storia antecedente a cui si ricorre in molte analisi, le masse più colpite dalla crisi si sono rivolte allo Stato, anche se a Stati dal carattere più diverso e persino opposto, dallo Stato roosveltiano, allo Stato hitleriano, allo Stato sovietico.

 

L’acqua bene-comune può diventare il terreno per eccellenza in cui riattualizzare politiche di programmazione ,parola quasi scomparsa  dal lessico quotidiano, e sperimentare ed affermare forme moderne di democrazia partecipativa ,possibili proprio anche in virtù della rivoluzione tecnologica che sta  investendo tutti gli aspetti della vita quotidiana. Proprio la presenza di forme di democrazia partecipativa legittima il discorso della  ripubblicizzazione, cioè di una forma innovativa del ritorno del pubblico.

 

Ragionare nei termini dell’intero ciclo dell’acqua – acqua per usi industriali, acqua per usi agricoli, acqua come cuore del risanamento dell’intero assetto idrogeologico, oltre che per usi domestici e personali - può aiutare quindi a costruire una piattaforma politico-programmatica in grado di rispondere ai problemi antichi e nuovi dell’insieme del paese e, contemporaneamente, alle sue esigenze  strategiche di uscita dalla crisi in direzione ecologica.

 

Il ciclo dell’acqua, così inteso, può diventare il primo capitolo – da scrivere collettivamente e nelle sue articolazioni territoriali - di un nuovo modello di sviluppo che può essere sospinto ancora più in avanti dalla vittoria referendaria e dalle mobilitazioni articolate - esemplare quella di Roma - per la sua concreta realizzazione.

 

La recente ricerca prodotta dalla Federconsumatori documenta in modo analitico l’assenza in questi anni, di una politica organica del ciclo dell’acqua, a partire dall’acqua per usi domestici: in termini di costi, di evoluzione dei costi, di differenze dei costi, di struttura delle tariffe; e della  evanescenza, in termini di partecipazione e di controllo, delle Carte dei Servizi.

 

In un contesto  europeo in cui la vittoria della Sinistra sembra riaprire possibilità e spazi per una politica di sviluppo e di intervento pubblico su grandi reti ed infrastrutture, una politica di programmazione pubblica sull’intero ciclo dell’acqua, oltre a rispondere ad una esigenza di occupazione e di socialità, può dare un contributo straordinario al grande progetto di riconversione ecologica della economia. E non in astratto, ma sulla parola d’ordine affascinante e fascinosa dei beni comuni e sull’onda di una grande e non effimera mobilitazione sociale.

 

2. 3. L’acqua e la politica

Viviamo,e con ogni probabilità molto a lungo ,sotto il segno della Lehman-Brothers. L’evoluzione della crisi in Occidente nelle sue diverse fasi - dal salvataggio delle grandi banche, all’indebitamento pubblico degli Stati, alle politiche di austerità come via di rientro dall’indebitamento, e ora al rischio di fallimento, di default, di interi paesi - porta in evidenza con una chiarezza solare, sia i meccanismi  reali che governano il  cosiddetto  mercato dominato dalla finanza, sia l’aspetto sociale della crisi, cioè il profilo di chi è chiamato a pagarne i costi. Reintroduzione della Banca Universale (1999 abrogazione finale del Glass-Steagall Act,cioè della separazione roosveltiana della banca di investimento dalla banca commerciale); introduzione delle Stocks Options come sistema di remunerazione, dai massimi vertici aziendali in giù; invenzione delle società di rating come cani da guardia e indicatori di marcia, hanno rappresentato  il vero e reale assetto di governo, il triedro strategico, i tre assi portanti della finanziarizzazione dell’economia, un sancta sanctorum al riparo inoltre da ogni influenza e condizionamento democratico.

 

Tale triedro della finanziarizzazione , a tutt’oggi, non è stato minimamente intaccato da una incisiva azione riformatrice  ,pur portando  la piena responsabilità della crisi. Timidi tentativi di riforma non hanno approdato a nessun  serio risultato. Il dominio del capitalismo finanziario resta intatto, come i suoi meccanismi, e per  rimanerlo tende a ridurre ad un ruolo ancillare, servente, la funzione delle Stato e delle Istituzioni Pubbliche, in definitiva della politica democratica. Alcuni, come N.Roubini, intravedono già i segni di una seconda  “tempesta perfetta”, ad opera delle stesse forze che hanno provocato la prima.

 

La parola fallimento (in termini più ornati default) non ha avuto mai tanto corso come  oggi, in tutte le sedi.

 

Si dice che i popoli imparano  con le guerre la geografia e,  con le crisi, l’economia. Sicuramente le crisi, come insegnava un vecchio maestro, mettono “le masse in movimento”in cerca di una prospettiva e di una protezione . E non necessariamente in una  unica direzione, come la storia insegna. Come proporre una chiave interpretativa della crisi, delle sue cause, della sua evoluzione, dei passaggi di fase, dei possibili  approdi, rappresenta o dovrebbe rappresentare il compito politico essenziale di ogni forza politica, ma specialmente di una forza della sinistra: anzi, per la sinistra la necessità di modellare e rimodellare organizzazione e strategia proprio  in rapporto  alla crisi e alle sue evoluzioni, quasi in presa diretta, decide della utilità storica stessa della sua  funzione. Le crisi non sono mai figlie di nessuno;  procedono per sconvolgimenti  e fratture - sociali, geografiche, politiche; per questa via accidentata determinano nuovi e momentanei equilibri.

 

Il carattere della crisi , proprio per questo, chiama in causa il ruolo della politica e delle forze politiche, la loro identità, i progetti per il futuro, le alleanze possibili: fonda in definitiva i termini della  contesa tra le forze in campo.

 

Cosa hanno in comune le lotte popolari in Grecia, gli Indignati di Porta del Sole, i referendum in Italia,  tanto  per restare all’Europa?  Hanno in comune  in primo luogo la stessa matrice, cioè la grande crisi e la sua evoluzione;  hanno in comune lo stesso tema, il rapporto sempre più difficile tra democrazia e mercato, cioè di una democrazia resa sempre più vuota da un mercato governato,  nella attuale fase, dal superdominio  della finanza; hanno in comune la stessa opzione strategica, un ritorno del pubblico, una  ripubblicizzazione, cioè, della vita economico-sociale, unica dimensione in cui la più ricca soggettività di oggi, specie delle nuove generazioni, può trovare campo e spazio per esercitarsi ed esprimersi.

 

La vicenda dei referendum in Italia è  emblematica; il bilancio dei risultati lo potrei così sintetizzare :

·         in termini di strategia politica , sul futuro  di due temi essenziali del nuovo modello di sviluppo, come l’acqua ed energia, si è affidata la decisione ad un pronunciamento democratico e popolare e non agli spiriti animali del privatismo che hanno  governato il mondo negli  ultimi decenni ;

·         in termini culturali si è affermato nazionalmente il grande tema dei Beni Comuni, tema che, da patrimonio di gruppi ristretti, ha conquistato il centro della scena politica e che segnerà  il campo anche nel futuro prossimo venturo; la fertilità politica del tema Beni Comuni tenderà ad accentuarsi ancora di più, proprio in rapporto allo accentuarsi del carattere sociale della crisi ,del generalizzarsi dei processi non solo di impoverimento ma soprattutto di precarietà , di insicurezza ,di  vulnerabilità  sociale.

·         in termini di contenuto ,si è posto un argine al processo,- che dura da decenni- di cancellare ,consegnandolo ai privati il cosiddetto “socialismo municipale” ,cioè il patrimonio comune di servizi locali-non quindi solo l’acqua-  che tante comunità hanno realizzato nel corso dei decenni .L’esito dei referendum  ci dice che tale Patrimonio non deve essere privatizzato ma se mai  ripubblicizzato, ripensandone la gestione alla luce di nuove forme di democrazia partecipativa.

 

Si è facili  profeti, penso, nel sostenere che movimenti e battaglie del futuro, locali e nazionali saranno segnate profondamente  da tali esperienze: sia nelle tematiche sia nella impostazione culturale, sia nelle forme della comunicazione sia nelle modalità della organizzazione. Forse non è azzardato sostenere che tali movimenti i come paiono particolarmente indicare gli Indignati di Porta del Sole o quelli dell’Acqua bene comune, con la loro rete di comitati diffusi nel territorio, rappresentano i primi movimenti  sociali di massa non puramente difensivi  dopo l’ esplodere della grande  crisi, proprio perché movimenti che, di fronte alla saturazione dei consumi privati, individuano nel rilancio di consumi pubblici, collettivi e sociali, una via positiva per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo e di convivenza.

 

Saprà la sinistra ufficiale comprendere il significato più profondo che viene da tali esperienze,  ripensare

 

Anche  alla luce delle varie fasi della crisi ,un nuovo rapporto tra Privato e Pubblico, a partire dal Comune?

 

Solo una profonda  revisione  culturale  che affronti a viso aperto gli elementi di subalternità agli ideologismi del mercato che in questi anni hanno avuto libero corso anche a sinistra, può permettere un incontro fecondo, tra sinistra ufficiale e nuovi movimenti . La stessa crisi,  d’altronde, nel  suo procedere, toglie ogni giorno sempre più spazio alla “Sinistra delle Privatizzazioni”, sinistra che non può illudersi che il vento dei nuovi movimenti possa gonfiare le sue vele nel nuovo contesto. Se non sarà così, comunque la crisi continuerà a procedere  per suo conto, scaricando gli effetti più negativi sulle situazioni più indifese, ma a quel punto, più che l’intelligenza d’anticipo degli uomini, si  imporrà la forza  bruta delle cose. L’attesa non sarà lunga.

 

 

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3.     Beni relazionali :la banca del tempo come caso emblematico

 

3.1. La banca del tempo e la grande crisi

 

La Banca del Tempo (B.d.T.) rappresenta senz’altro una delle reinvenzioni sociali più originali degli ultimi anni. Il precedente storico può essere individuato nelle relazioni di buon vicinato della civiltà contadina, il concetto fondante nella reciprocità, la modalità operativa nella quantità di tempo scambiato: un’ora di tempo scambiato vale un’ora per tutte le tipologie degli scambi. Si dà per avere, si chiede per dare.

 

La formula, per così dire, della banca del tempo può essere declinata sia nel territorio (quartiere, città, e così via) sia nel luogo di lavoro; in entrambe le versioni la motivazione di fondo è data dalla socialità: socialità nella organizzazione delle relazioni sul territorio, esigenze sociali (condizioni individuali, familiari, eccetera) nella organizzazione degli orari all’interno del luogo di lavoro. La banca del tempo può quindi essere assunta come un elemento importante e  innovativo all’interno sia di una strategia di infrastrutturazione sociale del territorio, sia di una strategia di contrattazione modulata degli orari nel luogo di lavoro. L’idea della Banca del Tempo può risultare un’idea fertile anche in termini di strategia contrattuale in un momento in cui il tema dell’orario di lavoro sembra scomparso dal dibattito e derubricato dal confronto politico e sociale.

 

In entrambe le declinazioni l’atto dello scambio viene investito da una ragione sociale tale, da trasformare il semplice dato dello scambio, in una relazione solidale:  nel  territorio tra cittadini, nel luogo di lavoro tra lavoratori.

 

La reciprocità, scambio e non semplice dono, differenzia la banca del tempo dal volontariato; il tempo equivalente in tutti gli scambi differenzia la banca del tempo dalla classica relazione di mercato. La banca del tempo si iscrive in sintesi nel fenomeno della autorganizzazione e la matrice culturale della autorganizzazione sta nella cittadinanza attiva, nell’individuo sociale organizzato. La diffusione di  tale  esperienza sociale in tutte le regioni italiane e in diversi luoghi di lavoro, la costituzione della Associazione Nazionale delle Banche del Tempo, rappresentano  un salto di qualità di questa innovazione sociale.

 

La domanda circa la prospettiva di tale innovazione sociale, in un contesto sempre più segnato  dall’intreccio tra globalizzazione e crisi, parte non solo dalla constatazione del successo di tale esperienza. Investire o meno risorse in tale reinvenzione sociale, dipende a sua volta da una valutazione di prospettiva, cioè da una valutazione attorno alla evoluzione del contesto  segnato appunto dall’intreccio tra andamento della grande crisi e i suoi effetti politico-sociali.

 

Il tempo è lo pseudonimo della vita, ricordava Antonio Gramsci; il tempo è sintesi sociale appresa e solidificata nei comportamenti e nella memoria individuale e collettiva. Fa eco Norbert Elias: organizzare diversamente il proprio tempo attraverso lo scambio equivalente e la reciprocità può rivelarsi uno strumento di qualche utilità per il contesto che siamo chiamati ad affrontare.

 

La specificità della situazione attuale sta nell’esplodere della grande crisi che coinvolge il sistema capitalistico mondiale, e più specificamente quello dell’Occidente, e più specificamente ancora il modello capitalistico anglosassone.

 

Alcuni ricorrono alla comparazione con un’altra grande crisi, quella del 1929 per stabilire un termine di riferimento storico, crisi che produsse grandi sconvolgimenti sociali (milioni di disoccupati), economici (distruzione di ricchezza), politici (nazismo ecc.), che portò alla e finì con la seconda guerra mondiale. Al di là di comparazioni più o meno suggestive, è importante approfondire le ragioni di tale crisi perché solo in questo modo si può ragionare realisticamente sia sulle sue implicazioni sia sulla sua durata, evitando sia il catastrofismo che l’ottimismo di maniera (tipo il peggio è passato) dispensato a piene mani spesso proprio dagli artefici principali degli avvenimenti che hanno portato all’attuale situazione.

 

Innanzitutto, la crisi non è stata prevista; anzi, nella convinzione diffusa che al massimo si sarebbero dovute affrontare delle turbolenze, delle bolle speculative, ma non delle crisi, si sono cancellate a cavallo del secolo anche le misure che erano state adottate dopo la crisi del 1929, come la separazione tra banche ordinarie e banche di investimento (Glass-Steagall Act) ritornando alla banca universale (provvedimento dell’amministrazione Clinton). Il fallimento della Lehman-Brothers, nel settembre del 2008, acquista il valore di un evento simbolico.

 

Le cinque grandi banche d’affari di Wall-Street sono uscite sconvolte dallo tsunami: tra fallimenti, acquisizioni, trasformazioni in bank holding compagnie per poter accedere al finanziamento di ultima istanza della Federal Reserve. Ma le cinque grandi banche d’affari (Lehman-Brothers, Goldman-Sachs, Morgan-Stanlej, Merril-Linch, Bear-Stearns) hanno rappresentato nella stagione liberista,la vera direzione strategica della globalizzazione del mercato dei capitali, magna pars, a sua volta, del più generale processo di globalizzazione. Un evento quindi  epocale, con epicentro in Wall-Street.

 

Eccesso di indebitamento, eccesso di capacità produttiva, eccesso di disuguaglianza sociale: così si potrebbero riassumere le ragioni che sottostanno alla esplosione dello tsunami finanziario. Ma l’eccesso d’indebitamento, cioè del consumatore a debito americano, porta immediatamente al signoraggio del dollaro(1) e alla questione della moneta di riserva del sistema finanziario mondiale; l’eccesso di capacità produttiva, la marxiana epidemia della sovrapproduzione, riconduce alla anarchia degli spiriti animali(2) che governa la dinamica dell’investimento; l’eccesso di disuguaglianza porta a sua volta, al declino della potenza sociale e politica del lavoro

 

Abbiamo davanti il ritorno della diseguaglianza degli anni Venti, secondo la valutazione di Paul Krugman, premio Nobel dell’economia. Possiamo, in termini di diseguaglianza, risalire persino più indietro nei decenni, secondo il celebre diagramma di Pierluigi Ciocca. La diseguaglianza attuale ha raggiunto un livello tale da rendere la spesa privata nettamente al di sotto della garanzia di un pieno utilizzo della capacità produttiva. Come indica emblematicamente l’industria dell’auto. Se tali sono le ragioni strutturali della crisi attuale, la fase che si è aperta porterà a lungo i segni di tali cause, e imporrà sul tavolo della lotta politica e sociale questioni che -a destra - la lunga egemonia liberista aveva aggirato ed occultato, ritenendole un residuato della storia e - a sinistra - l’illusione della politica come semplice assecondamento del mercato.

 

Ricordate Anthony Giddens, principale teorico di Tony Blair, che esortava ognuno a diventar impresario di se stesso!

 

La grande crisi rappresenta uno spartiacque tra la prima globalizzazione a netta egemonia statunitense - apertasi nel 1989 - e la seconda globalizzazione, che ne delinea il tramonto sia  economico che  politico. In termini più generali, il tramonto del liberismo significa in primo luogo il ritorno della politica, il riproporzionamento tra la potenza del mercato e il potere della politica. La sconfitta storica dei Chicago boys.(3)

 

Qualche anno fa, Jurgen Habermas riteneva che la questione più importante che ci si doveva porre, era quella di sapere se la forza del liberismo planetario potesse essere nuovamente posta sotto controllo, come era avvenuto con il capitalismo fordista. Oggi possiamo almeno affermare che la necessità della  politica riguadagna terreno. Fino a qualche mese fa, il centro del Mercato erano gli Stati Uniti, il centro degli Stati Uniti era Wall-Street, il cuore di Wall Street erano le grandi banche d’affari, il cuore delle  banche d’affari erano i loro prodotti derivati: ora il cuore dell’America è tornato a Washington e Main Street riacquista un ruolo.(4)

 

La grande crisi, inoltre, decreta anche la fine del consumatore a debito americano, consumatore a debito che è stato la locomotiva dello sviluppo della prima globalizzazione. Ciò almeno per due motivi: il primo, interno, connesso agli effetti sociali della crisi in termini di disoccupazione, di calo del potere d’acquisto, di perdita di valore dei fondi pensione; l’altro, esterno, connesso al futuro del signoraggio del dollaro come moneta di riserva.

 

A marzo, la banca centrale della Cina ha scosso il mondo finanziario proponendo un nuovo assetto del sistema monetario mondiale: i diversi paesi leghino la quotazione delle valute ad un paniere che non ha come unico protagonista il dollaro ma “diritti speciali di valuta” del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

La proposta è abbastanza analoga a quella che fece John Maynard Keynes a Bretton Woods. La grande crisi pone sul tavolo uno dei suoi primi effetti, la questione cioè della eccessiva influenza degli Stati Uniti sulla disponibilità di valuta e di condizioni di credito, ossia la questione del dollaro globale, disponibilità che permette agli Stati Uniti di trasferire sul mondo i propri problemi interni. A Bretton Woods il rappresentante degli Stati Uniti, Harry Dexter White, poteva replicare a Keynes che in definitiva era stato soprattutto il suo paese ad aver vinto la guerra; oggi sono in tanti a poter ricordare agli Stati Uniti di essere l’epicentro della crisi più distruttiva del capitalismo degli ultimi due secoli.

 

Ma la crisi evidenzia una ragione ancora più di fondo: la crisi attuale è globale e sincronizzata; non si esce da questo declino a colpi di esportazioni, come è avvenuto, per alcuni paesi, in passato. Sostiene Joseph Stiglitz, altro premio Nobel dell’economia e ex vice direttore della Banca Mondiale di Investimenti (BEI), che ”la strada di una nuova prosperità a colpi di esportazione, è bloccata proprio dalle caratteristiche della crisi attuale: fine del consumatore a debito americano e sincronia mondiale della crisi stessa. Dalla fase di stimolazione, diventerà necessario passare alla fase dell’intervento diretto dello Stato, un’altra dose della medicina keynesiana.”(5) Qui emergerà, più che sulle politiche di stimolazione o di salvataggio, l’alternativa tra il ruolo dello Stato come stratega dello sviluppo oppure dello stato come scudo degli interessi costituiti, cioè di trasformatore del debito dei privati in debito pubblico sulle spalle dei contribuenti, come sta  avvenendo fino ad oggi. Il tema del nuovo modello di sviluppo e dello Stato, e quindi della politica, come luogo della  strategia, sta già emergendo con tutta la sua forza, in contrapposizione alle fallimentari politiche di austerità. Il fascino di Barack Obama, in fondo, sta nel lasciare intravedere già questa fase.

 

Si diceva dell’eccesso di disuguaglianza. Il ritorno della disuguaglianza ha come causa dominante la caduta della potenza politica e sociale del lavoro. Già l’economista Franco Modigliani aveva dimostrato il valore, non solo socialmente, ma anche economicamente positivo di una distribuzione egualitaria del reddito. La ricostituzione del potere negoziale del lavoro rappresenta quindi la questione essenziale dell’oggi, non solo per una più equilibrata distribuzione del reddito, ma perché collegate alla condizione di lavoro si intrecciano altre due enormi questioni, la questione della sicurezza e la questione della integrazione sociale. La forza sociale e politica del lavoro infatti  ha sempre trainato in avanti anche i processi di integrazione e di sicurezza sociale. È allora importante comprendere bene ciò che segue.

 

La globalizzazione è in primo luogo una politica del lavoro alla scala del mondo. La nuova configurazione della questione sociale è data dal fatto che un miliardo e mezzo di lavoratori della nuova industrializzazione sono stati messi in competizione - hanno accerchiato - il mezzo miliardo di lavoratori della vecchia industrializzazione. La Cina è diventata la patria della manifattura. Inoltre, accanto ad una forte polarizzazione tra le diverse qualità del lavoro – lavoratori microsoft e lavoratori mcdonald, come li definiva un sociologo - abbiamo davanti l’insorgere e l’approfondirsi, nella nostra parte di mondo, di due grandi fratture: tra chi è coperto e chi è scoperto contrattualmente, tra chi beneficia e chi è privato di ammortizzatori sociali. Le cosiddette  riforme liberiste - minor protezione del diritto, in nome delle esigenze del mercato - hanno accentuato tutti i termini delle contraddizioni. Salire al livello di tali contraddizioni diventa imprescindibile, per poter  operare una lettura globale dei fenomeni e delineare una strategia di riconquista della forza contrattuale del lavoro. Un passo di particolare importanza in tale direzione è rappresentato dal recente varo, operato dalla Cina, di un contrastato (dalle multinazionali) Statuto dei diritti dei lavoratori. Senza ridisegnare nuove forme di protezione, come suggerisce Robert Castel, partendo dalla metamorfosi del lavoro, cioè dal passaggio dal lavoro-posto al lavoro-percorso, la condizione di lavoro (redditi, diritti, sicurezza ecc.) tenderà a scivolare verso il basso e non si riuscirà ad accumulare la forza necessaria per governare gli esiti della crisi. È bene non dimenticare mai la corrispondenza sempre strettissima tra condizione del lavoro e condizione sociale, tra politiche del lavoro e politiche di sicurezza e di integrazione sociale.

 

In sintesi, se le ragioni che sottostanno allo esplodere della crisi possono essere riassunte nei tre eccessi suindicati - eccesso di indebitamento, eccesso di capacità produttiva, eccesso di disuguaglianza - gli effetti della crisi dureranno a lungo e prospettano uno scenario – plausibile - in cui al centro emergerà come tema di fondo la necessità di un nuovo Modello Di Sviluppo e di una nuova Architettura di Governo del Mondo. Ma  un nuovo assetto non si affermerà senza grandi contrasti e conflitti tra aree e tra classi sociali.

 

Nel nuovo contesto, la funzione ed il compito della Banca del Tempo possono essere sviluppati e resi ancora più strategici e innovativi. Per molte ragioni. Proviamo ad elencare le tre ragioni di fondo.

 

Una prima ragione, empirica, è data da quella che L. Salomon, tempo fa, chiamava “Rivoluzione Associativa”, cioè una propensione mai vista delle persone ad associarsi e ad auto organizzarsi, propensione che tende ad esaltarsi in tutti i momenti di crisi. All’interno di tale profonda e inedita tendenza e movimento, la proposta della banca del tempo acquista un valore formidabile che vede potenziate tutte le sue caratteristiche distintive: la reciprocità e la relazionalità.

 

C’è poi una ragione più culturale. Molti concordano - è anzi quasi diventato un luogo comune - che la caratteristica di fondo della nostra epoca sia diventata l’individualizzazione, l’affermazione sempre più piena di quella che viene definita la “società degli individui”. Alcuni vedono in  tale evoluzione un segno negativo, una società della perdita progressiva di socialità, altri un ulteriore passo in avanti invece del principio di libertà, della affermazione del valore dell’individuo. In realtà il volto della  individualizzazione è come sempre un volto ancipite, doppio: all’ampliamento positivo dello spazio di libertà si accompagna sempre - quasi un controcanto - un innalzamento della domanda di sicurezza, di protezione, di relazione. Ma in altre forme, più complesse, rispetto alle forme momentaneamente e storicamente realizzate. Le caratteristiche della B.d.T sono particolarmente funzionali al tipo di problematiche che la modernità esprime e che configurano le varie dimensioni della socialità della vita di oggi.

 

Ciò mi porta  ad  un’ultima ragione, una ragione più teorica. Nel corso della storia dell’ultimo secolo, come ci racconta R. Castel, alla affermazione della proprietà privata come sistema di protezione sociale - la proprietà protegge - ha corrisposto, sull’onda di grandi movimenti politico-sociali, lo sviluppo della proprietà sociale: istruzione, previdenza, salute e così via. I non proprietari, in definitiva, hanno imposto un’altra forma di proprietà, sociale e pubblica, a protezione di tutti: i così detti Beni Comuni. Tali capitoli, specie in Europa, sono diventati addirittura diritti universali dell’uomo, solidificati in grandi tecnostrutture nazionali, verticali, su cui, se una discussione è aperta, non è tanto sulla loro natura, ma sul loro funzionamento concreto, cioè sulla loro deriva burocratica.

 

Un grande sociologo, Émil Durkheim, distingueva la solidarietà meccanica, da quella che lui chiamava solidarietà organica: la solidarietà meccanica – diceva Durkheim - attiene alla solidarietà tra simili – stesso lavoro, stessa appartenenza, ecc. - la solidarietà organica attiene invece alla solidarietà tra diversi, ad una solidarietà quindi molto più ricca e, per definizione, più complessa e difficile da realizzare.

 

Il processo di individualizzazione chiama in causa la solidarietà tra diversi, la solidarietà organica; solidarietà che non può realizzarsi attraverso la creazione di tecnostrutture verticali, come quelle del welfare classico, che comunque vanno strenuamente difese, ma attraverso la creazione di reti orizzontali, aderenti alle caratteristiche specifiche dei quartieri e delle città e dei loro problemi. In sostanza, si parla di infrastrutture, perché la banca del tempo appartiene a questa seconda famiglia, in cui la reciprocità, non è semplice baratto - uno scambio di cose - ma soprattutto una relazione tra persone. Diverse. L’irrompere della crisi esalta quindi tutte le ragioni - teoriche, culturali, sociali - che stanno alla base della Banca del tempo, quelle ormai classiche, e quelle indotte dagli effetti più drammatici della crisi stessa. Nell’attuale contesto, lo scambio di tempo equivalente, apparterrà ancora di più a quelle che Jacques Derrida chiama politiche dell’amicizia, una forma di attualizzazione dell’idea-forza della fraternité. La crisi renderà il percorso di diffusione  più difficile, ma ancora più necessario. E investire risorse nella  diffusione nel territorio e nel luogo di lavoro di una tale innovazione sociale, si rivelerà strategicamente e socialmente lungimirante.

 

 

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(1) Il cosiddetto “signoraggio” del dollaro si riferisce alle transazioni internazionali che avvengono attraverso una moneta di riferimento, che oggi è ancora essenzialmente il dollaro. Il dollaro è però anche la moneta interna degli Stati Uniti; per questa via, i problemi interni degli Stati Uniti possono essere scaricati facilmente sul resto del mondo.

(2) All’estremo, le decisioni di investimento fondamentali sono prese anarchicamente da soggetti privati, secondo loro convenienze (i famosi animals spirits di cui parla J. M. Keynes) oppure all’interno di politiche pubbliche di programmazione. Proprio all’anarchia delle decisioni private dell’investimento, K. Marx, per primo, fa risalire l’andamento ciclico dell’economia capitalistica, da cui le crisi sia di sotto produzione sia di sovra capacità produttiva, come quella attuale. Ogni crisi, prima o poi (Keynes), arriva a porre la questione di fondo: chi decide sull’investimento e quindi sul modello di sviluppo.

(3) Attorno all’economista Milton Friedman si formò una scuola neoliberista: vedi voce in Wikipedia.

(4) Main street sta per la principale strada commerciale di un villaggio.

(5) Joseph E. Stiglitz, Bancarotta. L’economia mondiale in caduta libera, Torino, Einaudi, 2010

 

3.2. Donazione: una giornata particolare

 

Il 30 novembre l’istituto italiano della donazione ha proposto, con l’alto patrocinio di Azeglio Ciampi di promuovere la istituzione di  una giornata nazionale dedicata al dono. La proposta, in tempi di individualismo arrembante, a prima vista può apparire estemporanea e velleitaria, ma invece coglie dietro lo schermo della affermazione  di un individualismo senza limiti, proprio i segni della sua crisi più profonda: si estende la percezione, anche in luoghi insospettabili, che l’individualismo senza limiti infatti sta portando ad un crollo verticale della coesione sociale, di cui la grande crisi attuale non è altro che la sua manifestazione più eclatante. Antropologicamente, l’uomo competitivo, soppiantando  in questi decenni l’uomo cooperativo, ha minato e sta minando le basi del processo di civilizzazione. La battaglia culturale che viene lanciata attraverso il Manifesto, che sintetizza le ragioni ed i valori che devono portare alla istituzione della Giornata dedicata al dono, rappresentano, con forza sintetica, l’alternativa di un'altra concezione dello sviluppo sociale. Una proposta geniale.

 

L’antropologo Marcel Mauss nel suo fondamentale Saggio sul dono del 1924, tra i tanti significati del dono, ne individuava, anche nelle società arcaiche, uno in  particolare: il significato di legame sociale. Il dono - il famoso trittico, dare, ricevere, ricambiare - produce legame sociale. La  riflessione, il discorso sulla frattura e sulla coesione sociale ci riporta anche oggi ad un suo dato di partenza: il valore del dono, dell’atto di donazione in una società complessa come l’attuale, per di più attraversata da una crisi profonda, che chiama tutti a porsi con onestà  intellettuale le  domande  fondamentali.

 

Senza scomodare i grandi classici, la semplice osservazione empirica, ci permette di catalogare  in tre  grandi  famiglie i beni che quotidianamente consumiamo: beni relazionali, beni privati, beni pubblici, oggi meglio detti beni comuni. La distinzione è importante perché ognuno di questi beni ha una sua vita, un suo significato, un suo  particolare “modo di produzione” e di venire al mondo, una sua specificità.

 

·         I Beni Comuni (salute, educazione, acqua, ecc) rinviano al ruolo del Pubblico, della solidarietà istituzionale, dei diritti; non sono assoggettabili alla logica produttiva dei beni privati, anche se sono continui i tentativi  di ridurre una scuola o un ospedale ad una semplice azienda privata. I beni comuni sono figli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789.

 

·         I Beni Privati rispondono alla logica, dicono gli economisti, dello” scambio tra equivalenti “; il prezzo misura i termini dello scambio. Ciò che connota tale scambio è di essere uno scambio senza mutualità, direbbe Paul Ricoeur.

 

·         I Beni relazionali appartengono a un’altra famiglia di beni; per spiegarne il meccanismo può tornare utile l’immagine degli assi cartesiani presa in prestito dallo stesso Paul Ricoeur: sulla ascissa la gratuità, l’agape; sulla ordinata la reciprocità ,la cooperazione, la philia. La reciprocità configura non uno scambio tra equivalenti, ma un giusto bilanciamento tra valori d’uso. Nella Banca del Tempo, per esemplificare, un’ora di tempo ha un valore uguale per tutte le attività. Il bene relazionale si colloca all’incrocio dei due assi cartesiani e proprio perciò, l’aspetto relazionale è costitutivo-variamente-della produzione dello stesso bene relazionale. Variamente, perché vario può essere il punto in cui concretamente si realizza l’incrocio tra i due assi, realizzato nel momento  stesso della produzione. Si può sostenere che mentre il bene relazionale si riferisce alla persona, il bene privato si riferisce all’individuo.

 

Ognuno di questi beni configura un proprio circuito, che insieme definiscono una concezione del mercato: una concezione che Fernand Braudel, massimo storico, cesella in Mercato come Istituzione Sociale.

 

Questa classificazione porta facilmente ad una considerazione generale, direi incontrovertibile: la coesione sociale di una comunità, la sua qualità poggiano prevalentemente sulla estensione e sulla qualità dei beni relazionali e dei beni comuni.

 

Il paradosso della attuale situazione - dopo una intera epoca dominata dal tentativo di  ridurre al minimo lo spazio sia dei beni comuni sia dei beni relazionali, puntando tutto sulla autosufficienza dell’individuo -  sta nel fatto che, mentre constatiamo la saturazione dei beni privati, come mostra con tutta evidenza l’attuale grande crisi, stenta a prendere corpo lo sviluppo sia dei beni comuni, come indicato anche dal recente referendum sull’acqua, sia dei beni relazionali. Stenta cioè a diventare  convinzione generale l’idea che la risposta migliore anche all’attuale crisi sta nel ruolo che l’affermazione sia dei beni relazionali sia dei beni comuni può svolgere nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo.

 

Al centro della offensiva culturale, simbolizzata dalla proposta di istituire la Giornata della Donazione, insieme a tante forze, non può che collocarsi il Terzo Settore, per definizione luogo naturale della produzione dei beni relazionali, e la sua rappresentanza, il Forum di tutte le associazioni. Ma l’offensiva culturale che deve portare alla istituzione della Giornata della Donazione deve alimentarsi di un obiettivo strategico: quello che Stefano Zamagni chiama  Economia Civile, trasformare cioè la stessa spesa sociale in economia civile; realizzare in definitiva  un ” terzo settore” né al seguito del Privato né al seguito del Pubblico, produttore per eccellenza dei beni relazionali, alimentato, in termini di risorse, anche dalla fonte inestinguibile della donazione dei tanti. Un nuovo modello di sviluppo  che assuma tra i suoi indirizzi di fondo  la strategicità della economia civile. Anche l’altruismo,come dice Amartya Sen può sviluppare una sua particolare potenza  e presenza economico-sociale.

 

Lo sviluppo dei beni relazionali può poggiare inoltre su uno strumento ancora largamente sottoutilizzato ed incompreso nella sua natura e potenzialità:il cinque per mille. Nella sua natura, come” atto donativo“ di massa; nella sua potenzialità, come strumento innovativo di democrazia sociale; se trasformato stabilmente in legge, il cinque per mille, può permettere a tutti - con un atto di scelta - di pronunciarsi sulla qualità stessa dei beni relazionali e delle organizzazioni che li producono.

 

 

 

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