16-08-2018

Politica Economica

 

 

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
2
regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
3
sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  

JEFTA, AFFARI A TUTTI I COSTI
una riforma commerciale che scavalca la democrazia
Sintesi ragionata

1. Introduzione
Il Giappone è la terza economia del mondo al di fuori dell'UE in termini di PIL, ma al momento rappresenta solo il settimo partner commerciale dell'Unione per importanza. Conta una popolazione di oltre 127 milioni di abitanti con un potere di acquisto molto elevato, ed è visto come un mercato chiave per gli esportatori, i fornitori di servizi e gli investitori dell'Unione europea. Per questo ci si compiace del fatto che, grazie al JEFTA, il Giappone liberalizzerà quasi completamente dazi e tariffe. Tuttavia, secondo i calcoli della Commissione europea, aggiornati al 2016, il PIL dell'UE potrebbe aumentare con il JEFTA dell'1,88% nello scenario più ottimistico. Un calcolo mai aggiornato dopo la Brexit, che dunque potrebbe dare risultati ancor più risibili. L’abbattimento dei dazi, infatti causerà subito una perdita di 970 milioni di euro alle casse europee, che diventeranno oltre due miliardi l’anno quando il trattato sarà pienamente in vigore.
2. Controlli e tutele sotto attacco
A fronte del un guadagno di pochi grandi imprese esportatrici, inoltre, preoccupa l’approccio alle regole e alle tutele di un simile accordo, così come della ventina di altri negoziati commerciali oggi avviati da Bruxelles. In tutti i trattati commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo e standard di qualità e sicurezza, privilegiando lo snellimento degli scambi a scapito della qualità e dei controlli. A fronte dell’obbligatorietà di accelerare e ridurre i controlli alle frontiere, il JEFTA introduce come il CETA il concetto della “Fabbricazione sufficiente” che permette il riconoscimento dell’origine dei prodotti, in autocertificazione, con un 55% di contenuto locale rispetto al prezzo FOB - merci a bordo – o un valore regionale del 50%. Se per auto e aerei il contenuto originario deve superare il 60%, paradossalmente per le paste alimentari si può arrivare a una tolleranza fino al 90% di materiale non originario per definirle “Made in”. Nel trattato Ue-Giappone, infatti, non vi è riferimento al principio di precauzione vincolato alle leggi europee in vigore, mentre i parametri di sicurezza alimentare adottati utilizzano come riferimento il Codex Alimentarius, cornice normativa adottata in ambito Fao e molto meno restrittiva degli standard di numerosi Stati membri dell’Ue, a partire dall’Italia. A ciò si affiancano disposizioni per sdoganare il principio della sostanziale equivalenza, che passa per un mutuo riconoscimento degli standard di valutazione in vigore in Ue e in Giappone. Se una Parte riconoscerà come validi i sistemi di valutazione di pesticidi, OGM o qualunque altro prodotto commercializzato dall’altra Parte, si avrà come effetto una riduzione dei controlli di sicurezza.
3. Porti aperti agli OGM
A livello mondiale, il Giappone è il Paese con la maggior parte delle colture OGM approvate sia per alimenti che per mangimi animali, quindi il rischio di un aumento delle contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere, è innegabile. Tanto più che nell’Ue qualsiasi uso di ingredienti OGM nei prodotti alimentari deve essere etichettato, mentre in Giappone l'etichettatura è richiesta solo per 33 categorie di alimenti trasformati e solo otto materie prime. In Europa la soglia per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato negli alimenti è fissata allo 0,9%, mentre i


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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regolamenti giapponesi prevedono soglie del 5%, tra i limiti più alti del mondo per l'etichettatura di OGM in caso di contaminazione involontaria. Per altro, nel capitolo dedicato alla Cooperazione regolatoria sull’agricoltura, le parti sono obbligate a cooperare “in materia di produzione e tecnologia in relazione all'agricoltura e ai prodotti alimentari”, spazio in cui gli estensori del testo ricomprendono tutte le normative sulle nuove e vecchie biotecnologie, OGM in primis.
4. Più Parmesan per tutti
Contrariamente alla vulgata, nel JEFTA le eccellenze italiane non sono adeguatamente protette. L’accordo Ue-Giappone fa perfino peggio del CETA. Sono in elenco soltanto 19 Indicazioni geografiche relative a prodotti di qualità italiani e 28 su vini e alcolici, su un totale di 205 IG europee protette. In Giappone, dopo il JEFTA, qualsiasi persona potrà utilizzare o registrare un marchio contenente il termine “parmesan" per indicare un formaggio a pasta dura, che coesisterà serenamente con il nostro Parmigiano. Stesso discorso per una serie di altri prodotti italiani protetti da indicazione geografica. Tutte le copie già registrate prima dell’entrata in vigore dell’accordo resteranno sul mercato. Peraltro ne’ Grana ne’ Padano potranno essere tutelati come nomi di origine geografica presi da soli ma unicamente nella dicitura “Grana Padano”, e lo stesso succederà a altri prodotti italiani d’eccellenza: Mortadella Bologna, "Mozzarella di Bufala Campana", che verrà protetta solo come dicitura unica. Stesso destino tocca ai “Pecorino Toscano” e “Pecorino Romano” e al “Provolone Valpadana”. Storia a sé invece la fa il Prosciutto di Parma al quale, se già registrato con marchio giapponese al momento di entrata in vigore del trattato, non si applica la tutela come Indicazione geografica italiana e si procede alla coesistenza.
5. Sviluppo (in)sostenibile
Sul fronte sviluppo sostenibile, il capitolo dedicato del JEFTA è scritto con maggiore cura del linguaggio rispetto al CETA, e dichiara la volontà di una più forte cooperazione tra le due Parti nelle politiche ambientali e del lavoro, non contempla strumenti vincolanti per innalzare gli standard in vigore su ambiente o lavoro, privilegiando – esattamente come il CETA – il libero commercio alle tutele sociali e ambientali. Il Giappone non ha ancora aderito a due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) non trascurabili - la No. 105 sull’abolizione del lavoro forzato e la No. 111 sulle discriminazioni (all’assunzione e sul lavoro). Non sono previste sanzioni in caso di violazioni dei diritti del lavoro, manca una chiara roadmap per subordinare il flusso commerciale alle necessità dell’Accordo di Parigi sul clima e sono assenti disposizioni restrittive sul commercio di legname da deforestazione illegale. Il Giappone è il più grande importatore di legno e compensato al mondo, un mercato importante per il legname illegale proveniente dalla Malesia, dall'Indonesia, dalla Cina, dalla Russia e perfino dalla stessa Ue, in particolare dalla Romania.
6. ISDS: oggi non c’è, domani sì
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione europea del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). La protezione degli investimenti, (cioè lo stesso ISDS) è tuttavia materia di negoziato tra le parti. “Una volta raggiunta l'intesa – scrive la Commissione Europea – costituirà materia di un accordo bilaterale separato.” Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette a Bruxelles di far approvare più speditamente l'accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Quella sulla protezione degli investimenti, infatti, è l’unica competenza concorrente che l’Ue riconosce agli Stati membri, sotto l’impulso di una recente


Testo a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.stop-ttip-italia.net Editing Francesco Panié, Campagna Stop TTIP Italia, consulenza tematica Alberto Zoratti ass. Fairwatch
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sentenza della Corte europea di Giustizia: un accordo che contenesse un capitolo sugli investimenti (come il CETA), obbligherebbe la Commissione ad attendere la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali.
7. Tecnici al lavoro: e i cittadini e gli eletti?
Il trattato, come TTIP e CETA, contiene un opaco meccanismo di cooperazione regolatoria, che impegna Commissione Europea e governo giapponese a notificare e pubblicare i progetti di legge che possono inficiare il libero flusso degli scambi commerciali, accompagnati da valutazioni di impatto per motivarne la necessità e possibili alternative in caso di contrarietà di una Parte all’implementazione. Tutto ciò può tradursi in un potenziale, drastico rallentamento o indebolimento della legislazione europea, sacrificata sull’altare del commercio. Il JEFTA prevede anche l’istituzione di 11 comitati composti da tecnici nominati da Commissione UE e governo giapponese, che possono modificare testo e funzionamento del trattato, a proprio insindacabile giudizio per “facilitare” gli scambi, operando su tutte le materie: agricoltura, servizi, e-commerce, appalti pubblici, sviluppo sostenibile, misure sanitarie e fitosanitarie e molto altro.
Un comitato ad hoc riesamina e monitora l’attuazione del trattato e l’operato dei comitati specializzati, che ha il potere di sciogliere, istituire o determinarne la composizione. Può anche raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. In definitiva, gode di un’autonomia normativa inedita e preoccupante per un ente regolatore. Per cambiare il JEFTA, dunque, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza alcun coinvolgimento politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza, i contenuti del JEFTA possono subire cambiamenti in ogni settore.
8. Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del CETA: quello della lista negativa. Tutti quei servizi che non siano elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi e, quindi, potenzialmente disponibili alla privatizzazione. Si tratta di un approccio più blando rispetto a quello della lista positiva, utilizzato prima del CETA. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
9. Investimenti e E-commerce: chi controllerà gli speculatori e il commercio dei dati?
Due blocchi di pagine decisamente controversi nel Jefta sono quelli che riguardano l’E-Commerce – e la protezione dei dati sensibili nell’ambito delle transazioni – e quello della liberalizzazione dei servizi finanziari, che nel nostro Paese dovrebbe essere trattato come un settore abbastanza sensibile viste le difficoltà incontrate in Italia da banche e fondi dopo la crisi del 2007-2009. Eppure la liberalizzazione dei servizi finanziari è contemplata nel Jefta che include nella lista dei servizi di cui facilitare la circolazione quei prodotti finanziari che sono stati all'origine della crisi finanziaria come credit-default swap, assetbacked securities, prodotti derivati come futures e opzioni. Questo capitolo del Jefta contiene anche una cornice per la cooperazione normativa che, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria verso l'alto, soprattutto in una fase di instabilità e volatilità di questa, livella la normativa verso la deregulation e la semplificazione. Il quadro di cooperazione normativa nell'ambito JEFTA fornisce alle parti la possibilità di commentare reciprocamente la legislazione futura e di intervenire su di essa prima che


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venga approvata, chiedendo modifiche. Per quanto riguarda l’E-Commerce Come il CETA, il JEFTA non contiene disposizioni sulla protezione dei flussi di dati: esiste tuttavia una clausola di revisione secondo cui le parti riesamineranno questo tema e il suo impatto dopo tre anni dall'entrata in vigore dell'accordo. Una disposizione sui flussi di dati nell'area dei servizi finanziari, però, accelera in direzione della liberalizzazione perché fornisce, come regola generale, la libertà di cross-border di informazioni e dati nell'ambito delle attività di servizi finanziari a entrambe le parti. . L'UE, per tutelare la nostra privacy, dovrebbe quindi dimostrare che non esiste un'altra misura meno restrittiva per proteggere adeguatamente i nostri dati personali rispetto a quella di bloccarne il trasferimento in database o piattaforme giapponesi. Si segnala, inoltre, il divieto generale per le Parti di richiedere l'accesso o il trasferimento dei codici sorgente, con uniche eccezioni applicabili l’ordine pubblico, morale pubblica, protezione della salute ecc. (nell'articolo 8.3) la sicurezza (articolo 1.5) o generale (articolo 8.65). con problemi di applicabilità con i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno la capacità di prendere decisioni autonomamente attraverso algoritmi.
10. Altro che lotta al sovranismo: viene delegittimata anche la Wto
Il JEFTA contiene una Procedura generale di composizione delle dispute “da Stato a Stato”, e alcuni meccanismi di risoluzione delle controversie per tema (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body, l’organismo di risoluzione delle controversie multilaterale della Organizzazione mondiale del Commercio. E’ singolare che lo si indebolisca proprio quando esso è sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale .
11. Conclusioni
L’impianto dell’accordo tra Unione europea e Giappone non si discosta da quello di altri trattati come TTIP e CETA, conservando una preoccupante sudditanza delle salvaguardie ambientali e occupazionali alle disposizioni per la liberalizzazione e l’abbattimento delle normative considerate di intralcio al commercio. Mancano vincoli e sanzioni per chi vìola convenzioni internazionali sull’ambiente o sul lavoro, mancano adeguate tutele per i servizi pubblici e i prodotti tipici, vengono ridotti i controlli sull’importazione di prodotti contenenti OGM anche per il consumo umano. Manca la clausola ISDS, che prevede l’istituzione di tribunali sovranazionali accessibili soltanto alle imprese estere e utilizzati per fare causa agli Stati che minacciano i loro profitti. Ma è nelle intenzioni delle Parti inserirla in un secondo momento. Resta inoltre il problema a monte di un negoziato condotto ancora una volta senza trasparenza, nel più completo silenzio e senza consultare la politica o la società civile. Simili accordi subiscono la forte pressione delle grandi lobbies economiche e finanziarie, che hanno più ampio accesso agli uffici dei Commissari europei e riescono ad influenzare i testi negoziali a loro vantaggio. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia ritiene che il JEFTA vada bocciato allo stesso modo del CETA o di tutti gli altri trattati in dirittura di arrivo: Ue-Mercosur, Ue-Vietnam, Ue-Australia, Ue-Messico, UeSingapore e altri ancora. Negare la ratifica italiana avrebbe l’effetto di una bocciatura sonora per l’agenda commerciale della Commissione europea, fino ad oggi incurante degli interessi dei suoi cittadini e dell’ambiente.  


L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

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L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

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Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 

L’intergruppo dei parlamentari No CETA, insieme alle organizzazioni promotrici della piattaforma No CETA e della campagna Stop TTIP Italia hanno rinnovato le loro preoccupazioni a fronte della firma avvenuta oggi tra Europa e Giappone dell’Accordo di partenariato economico conosciuto come Jefta. È stata condivisa tra parlamentari e associazioni presenti, tra cui Coldiretti, Cgil, Arci, Fairwatch,  Fare Ambiente, Greenpeace, Legambiente, Ecoitaliasolidale, Slow Food, Adusbef, Federconsumatori,  Movimento Consumatori,  Terra, Fondazione Campagna Amica,  Fondazione Isscon e Fondazione Univerde, contrarietà rispetto alla reiterata posizione della Commissione, sostenuta dal Consiglio europeo, nella costruzione di accordi di liberalizzazione commerciale che interferiscono con la sovranità degli Stati e le opportunità economiche dei settori legati all’export. Sia l’accordo con il Giappone sia il CETA chiedono ai decisori politici una coerenza  rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale grazie al lavoro dell’Intergruppo dei parlamentari prima delle elezioni. Le associazioni chiedono che sia portata all’ordine del giorno dell’Aula la ratifica del CETA con un’indicazione chiara che ne preveda la bocciatura, condizionando così  l’intera agenda commerciale europea per rivederne le premesse e la struttura. I trattati negoziati dall’Europa devono prevedere clausole stringenti a tutela dell’ambiente, del lavoro e di uno sviluppo più sostenibile come da indicazioni delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. 

Le associazioni chiedono coerenza rispetto agli impegni assunti in campagna elettorale da oltre due terzi dei candidati oggi seduti in Parlamento, chiedendo all’intergruppo di svolgere un ruolo di sollecitazione degli impegni assunti ricordando che 14 regioni e oltre 2400  autorità locali tra province e comuni italiani hanno già chiesto con atti formali al Parlamento e al Governo di non procedere con l’esame e la ratifica di questo tipo di accordi e di aprire un ampio dibattito nel Paese su un’agenda positiva per promuovere un commercio più sano a sostegno dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. 

 


Se dalla analisi  dei dati economici attuali si certifica che  il Paese e le famiglie soffrono ancora delle  ricadute della grave  crisi economica dell’ultimo decennio anche i dati sui consumi indicano  che ancora  oggi  non vengono restituiti i valori economici che caratterizzavano il 2007 anno di inizio della grande crisi. Quello che oggi  colpisce ancora di più e profondamente è l’ulteriore allargarsi del divario Nord Sud in tema di ripresa dei consumi. Infatti la media della perdita si attesta a un -3,2 %  registrando al Nord un +0,1% e al Sud un  – 6,7 %  ed addirittura nelle Isole del      -7, 9 %.

Dati insopportabili  e coerenti con il potere di acquisto delle famiglie  in riduzione che deriva ed è strettamente collegato agli specifici e differenziati  tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, nelle varie aree del Paese.

CONSUMI FAMIGLIE             

CALCOLO  REALIZZATO  SU DATI ISTAT : SPESA  MENSILE FAMIGLIE

                    ITALIA         2007                                                                                      ITALIA      2017

SPESA  MENSILE   2648        ANNUALE    31.784 EURO                      MENSILE 2.563    ANNUALE   30.756 EURO

CADUTA   NEI  CONSUMI  DEL  3,2 %   PARI  A  - 85 €  MENSILI    -1.028 € ANNUI A FAMIGLIA

( 26 MLD ANNUI  IN MENO DI SPESA  NEL MERCATO)

 

SE SI CONSIDERA CHE  SU QUESTI DATI HA INCISO NEL DECENNIO UNA  VARIAZIONE DEL TASSO DI INFLAZIONE PARI AL 13,6 %  SI PUO’ RAGIONEVOLMENTE  IPOTIZZARE UNA CADUTA DEI VOLUMI  DI  ACQUISTO  ( 13,6 + 3,2 ) DEL 16,8 %

COMPARAZIONE CONSUMI  2007- 2017 PER AREE TERRITORIALI:

 

Anno 2007 (media Nazionale € 2648 mensili)

N-OVEST

N-EST

CENTRO

SUD

ISOLE

2871 €

2960 €

2754 €

2221 €

2153 €

                  Anno 2017 (media nazionale € 2563 mensili   - 85 €) = - 3,2 %

2874 €

2843 €

2678 €

2071 €

1982 €

Differenza percentuale consumi 2007-2017

-1,1%

-5,2%

-5,2%

-7.66%

-9.8%

+3 € mese

-117 € mese

-76 € mese

- 150 € mese

-171 € mese

-36 € annui

+ 0,1 %

-1404 € annui

- 3,9 %

-912 € annui

- 2,7 %

-1800 € annui

- 6,7 %

-2052 € annui

- 7,9 %

 

 

 

 

 

                                                                                        


Attorno alla questione della Flat-Tax ( ora Dual-Tax ) si sta, e giustamente discutendo sulle coperture che tale operatività comporta, sia sul versante di come reperire risorse attraverso lo sviluppo del Paese o sia attraverso tagli di spesa che possono toccare strumenti e servizi sensibili per le famiglie quali quelli delle detrazioni o deduzioni di imposta o quelli della salute o dei trasporti tanto per esemplificare.La questione, che vogliamo porre e che da una semplice elaborazione, qui di seguito esplicitata e di cui si parla poco è quella relativa alle ricadute che questa operazione comporta sui redditi dei cittadini.

 Innanzitutto tale operazione esclude benefici a: incapienti, casalinghe, disoccupati, lavoratori a partita IVA ecc. ma soprattutto tocca uno dei temi più scottanti che attraversa il contesto sociale e che attiene al tema  assai rilevante della Diseguaglianza. Infatti dai calcoli effettuati, da zero benefici si passa a quelli minimi di chi ha redditi bassi con guadagni di circa 92 € al mese a quelli elevati di circa 1000 € mensili e  addirittura di 1244 € mensili di guadagno per chi ha redditi annui di 100 mila € annui.

Si pensi solo alla questione, per esemplificare, della contraddizione che scaturisce quando si parla delle pensioni d’oro o di stipendi manageriali a cui si arriverebbe a far guadagnare di più circa 4000 € mensili a tali percettori di alto reddito. Ecco il relativo calcolo: pensione d’oro 20mila € mensili, per 13 mensilità reddito annuo 260 mila €. Con tassazione attuale si paga 104.970 mila €, con tassa proposta al 20 % si pagherebbe 52 mila con un risparmio di 52.970 mlia € e con un guadagno di 4.074 € mensili.                 

SEGUE TABELLA

Scaglioni Irpef

aliquote

imposta dovuta  attualmente e con FLAT-TAX al 15%

Redditi fino a 15.000 euro

23%

23% del reddito pari a 3.450 €

FLAT TAX  15%  tassa  2.250 €      -1.200

 Aumento mensile x 13 mensilità         92€

Redditi da 15.001 fino a 28.000 euro

27%

3.450,00 + 27% sul reddito che supera i 15.000,00 €

Reddito   28.000 €  tassa 6.960 €     

FLAT- TAX  15%  tassa 4.200€          - 2.760 €

Aumento mensile x 13 mensilità           212 €

Redditi da 28.001 fino a 55.000 euro 

38% 

6.960,00 + 38% sul reddito che supera i 28.000,00 €

Reddito  55.000 €   tassa 17.220 €   

FLAT TAX  15%  tassa  8.250               - 8970 €

Aumento mensile x 13 mensilità              690 €

Redditi da 55.001 fino a 75.000 euro 

41% 

17.220,00 + 41% sul reddito che supera i 55.000,00 €

Reddito  75000 €   tassa 25.420 €    

FLAT TAX  15%  tassa  11.250 €         -14.170 €

 Aumento mensile x 13 mensilità            1090 €

Redditi oltre 75.000 euro 

43% 

25.420,00 + 43% sul reddito che supera i 75.000,00 €

 Reddito 100.000 €  tassa 36.170 €

FLAT TAX  20% tassa  20.000 €            - 16.170        

  Aumento mensile x 13 mensilità             1244 €

 

 

 

 

 

 

 

 


OCCUPATI PER POSIZIONE PROFESSIONALE E CARATTERE DELL’OCCUPAZIONE. Dicembre 2017  Valori assoluti (migliaia di unità)

Occupati

23.067

 

Dipendenti

17.755

 

Permanenti

14.907

 

A termine

2.848

 

Indipendenti

5.312

 

 

POPOLAZIONE LAVORATIVA PER CONDIZIONE E CLASSI DI ETÀ’.

 Dicembre 2017   Valori  assoluti (migliaia di unità)

 

15-24 ANNI

 

Occupati

1.013

Disoccupati

481

25-34 ANNI

 

Occupati

4.062

Disoccupati

834

35-49 ANNI

 

Occupati

9.690

Disoccupati

958

50 ANNI E PIU’

 

Occupati

8.303

Disoccupati

518

     

 

TASSI DISOCCUPAZIONE PER CLASSI DI ETÀ’ .

 Dicembre 2017,  Valori  percentuali

 

 

15-24 ANNI

Tasso di disoccupazione

32,2  %

 

25-34 ANNI

Tasso di disoccupazione

17,0  %

 

35-49 ANNI

Tasso di disoccupazione

9,0  %

 

50-64 ANNI

Tasso di disoccupazione

6,2  %

 

           

 

DATI TOTALI

 

OCCUPATI   23.068    DISOCCUPATI   2.791    TOTALE FORZA LAVORO     25.859

TASSO     DISOCCUPAZIONE   GENERALE   10,8  %

 

FASCIA DA  15-34    OCCUPATI  5.075  DISOCCUPATI  1.315  TASSO DISOCCUPAZIONE  21 %


 

 

Scaglioni Irpef:

aliquote

imposta dovuta  senza e con FLAT-TAX al 23%

Redditi fino a 15.000 euro

23%

23% del reddito pari a 3.450 €

Con FLAT-TAX 23%  tassa 3.450 €     -0

Redditi da 15.001 fino a 28.000 euro

27%

3.450,00 + 27% sul reddito che supera i 15.000,00 €

A 28.000 € tassa 6.960 €      % reale sul totale  24,8%

Con FLAT-TAX 23%  tassa 6.440 €     -520 €

Redditi da 28.001 fino a 55.000 euro 

38% 

6.960,00 + 38% sul reddito che supera i 28.000,00 €

A 55.000 € tassa 17.220 €    % reale sul totale  31,3%

Con FLAT-TAX 23%  tassa 12.650 €    -4.570 €

Redditi da 55.001 fino a 75.000 euro 

41% 

17.220,00 + 41% sul reddito che supera i 55.000,00 €

A 75000 € tassa 25.420 €     % reale sul totale  33,9%

Con FLAT-TAX 23%  tassa17.250 €      -8.270 €

Redditi oltre 75.000 euro 

43% 

25.420,00 + 43% sul reddito che supera i 75.000,00 €

A 100.000 €  tassa 36.170 €   % reale sul totale 36,2%

Con FLAT-TAX 23%  tassa 23000 €      -13.170 €

 

 

 


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